R Recensione

8/10

Magna Charta

Seasons

…” Lo spirito della primavera, col sole fra i capelli, risveglia la terra addormentata..”: così , nella primavera del 1969, la storia dei Magna Charta ebbe inizio. In un maggio londinese nacque un trio che si inserì ed eccelse in quella corrente folk che fra i propri messaggeri annoverò, da una progenie di artisti che nella natura traevano rifugio e ispirazione, poeti/musicisti come Amazing Blondel, Simon& Garfunkel, lanterne guida nelle scelte stilistiche del germinale terzetto. Chris Simpson, fondatore, compositore, cantante e chitarrista, Lyell Tranter (chitarra) nonché il superbo vocalist Glenn Stuart, al seguito del brillante esordio al Cambridge Folk Festival, ottennero non soltanto il plauso del pubblico, ma anche quello della Fontana/Oriole Records, a cui si aggiunsero successivamente le attenzioni della Vertigo Rec. E fra il 1969 e il 1975, la produzione dei Magna Charta si distinse per una soluzione armonica improntata al folk più poetico e bucolico, di una sobria ricercatezza, virante, senza eccedere, in quelle sfumature rock come potevano concepirle i Tudor Lodge o taluni scorci dei Pentangle.

Il magnifico “Seasons”(1970), idilliaca celebrazione delle quattro stagioni, fu, forse, l’opera che godette di maggior fortuna e successo nonché quella più prettamente folk. Il saluto al gelido arrivo dell’inverno che occupa il recitativo del prologo ( “Prologue”), si dipana in arpeggi acustici di chitarra che narrano la fiaba delle stagioni …” mentre lo scoiattolo dorme placido nel suo nido caldo, senza accorgersi del volgere dell’anno..”, come il menestrello Glen Stuart quasi sussurra scivolando nella seguente “Winter Song”, il passaggio più suggestivo e incisivo dell’album.

Emozionante proprio in virtù delle sue doti vocali che hanno, più che in altri brani, modo di dispiegarsi nella loro intensa e sorprendente bellezza: un timbro eccezionalmente affascinante ed un’estensione di 5/8 rendono ardua la distinzione delle caratteristiche maschili. Un susseguirsi armonioso di andamenti molteplici e la comparsa di strumenti ulteriori ad opera di ottimi guests, evolveranno, dietro la scia degli archi, la melodia invernale in una commovente ninna nanna che non tarderà ad effondersi, al tocco pizzicato di una corda , in quegli sbalorditivi, efebici e barocchi contrappunti vocali allora in auge grazie ai bardi Amazing Blondel.

E il mutar della stagione di cui Stuart si fa messaggero nell’ intermezzo (“Spring poem”), balena attraverso un cantar di uccellini e i guizzi del flauto traverso, lieti forieri di una primavera scaldata da percussioni mai invasive e da un gioco di hammond e sitar che lasceranno il posto ad un’atmosfera spensieratamente country ( “ Spring Song”). Sospeso fra cielo e terra “.. Aprile arriva con i fiori fra i capelli..” fra un susseguirsi di slides di basso e chitarra, per poi rarefarsi nella languida blandizie quasi hippy di “ Summer poem”.

La canicola estiva ne scioglierà la suadente reprise in “Summer song”, articolato pop-folk dagli echi glammeggianti à la Marc Bolan, in un ebbrezza di arrangiamenti originali e luminosi cambi ritmici, festosità che con l’approssimarsi dell’autunno ( “ Autumn Song”) dolcemente declinerà fino a scemare nell’epilogo, che identico al prologo, tornerà a guisa di refrain per chiudere il ciclo delle quattro stagioni. Lungi dal distaccarsi dalle suggestioni pastorali e campestri, la seconda facciata è occupata da componimenti slegati da qualsiasi nesso concettuale e l’orientamento stilistico sarà gran parte debitore ai grandi Simon & Garfunkel: l’allegrezza di “Goin’ my way”, frizzante e leggera, o la greve “Elizabethan”, splendida ballata di amor cortese, austera nell’orchestrazione di violoncello, flauto e chitarra, gemma barocca cesellata dal virtuoso Stuart.

E il sacro sentire del cavaliere per la propria dama, con un subitaneo mutamento di mood si tramuterà nel freakbeat di “Give me no goodbye”, dialogo d’amore flower power fra organo e sitar; psichedelia dei più variopinti 60’s che irradierà i suoi toni technicolour in “Ring of stones”,dal riff di chitarra identico a “Pinball wizard” degli Who, brioso mélange fra psychedelic beat e buon rock alla Daltrey & Co., per l’appunto. L’abilità e la versalità del trio nel tessere trame sempre nuove e mai scontate, si conferma dunque di brano in brano e se la psichedelia mai eccessiva ha permeato certi passaggi e arrangiamenti , è un delicatissimo ritorno al folk più puro quello della commovente Scarecrow”, ballata indimenticabile mirabilmente eseguita, preziosa nella sua semplicità.

Ma sarà la limpida e azzurrina bossa nova di “Airport song”, all’epoca lanciata come fortunata hit, a chiudere l’lp “Seasons”, che segnò, purtroppo, anche la dipartita dell’ottimo singer Glen Stuart, non più a suo agio nei numerosi cambi di line-up dei Magna Charta ( lo stesso Tranter tornò in Australia) e che privò la nuova formazione (destinata comunque ad ulteriori rivoluzionamenti) di un vocalist inimitabile e d’eccezione.

Nuovi nomi, nuovi volti e nuovi musicisti a cui seguirono gigs, albums, e a cui l’originario fondatore Chris Simpson fece sempre capo, fino ad arrivare ai giorni nostri: il suo matrimonio con la talentuosa cantante Lynda determinò un’ennesima svolta del gruppo, pur sempre Magna Charta e pur sempre autori di un folk di ottima fattura, la cui luminosa parabola, seppur lontana dalla fulgida bellezza di “Seasons” vale la pena di essere narrata. Ahimé,datato 11 maggio 2009 il concerto finale, celebrazione, nella bellissima cornice di Amsterdam , dei 40 anni dei Magna Charta.

V Voti

Voto degli utenti: 6,5/10 in media su 1 voto.
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REBBY 6,5/10

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