Beggar's Opera
Act One
Introdotto in copertina da uno dei più stravaganti set del creativo, celebrato fotografo e grafico Keith McMillan (in arte Marcus Keef, o semplicemente Keef), l’esordio discografico di questo gruppo di Glasgow è un’assoluta chicca per gli estimatori profondi della musica progressive.
I non appassionati d’altro canto troveranno quasi per certo ingenue e datate queste musiche… ma sento di affermare quanto valga la pena collezionare opere come questa anche solo per la qualità artistica e massimamente visionaria degli scatti del grande Keef, per intenderci autore delle prime tre cover dei Black Sabbath, di quella di “Valentyne Suite” dei Colosseum e di altre ancora meno famose (Nirvana UK, Spring, Warhorse…) ma sempre genialoidi, tutte o quasi commissionategli dall’allora furoreggiante, fascinosa etichetta discografica Vertigo, un marchio capace di segnare un’epoca musicale unica e inimitabile già colla sua micidiale etichetta psichedelica.
Il quintetto scozzese si affaccia dunque sul mercato con quest’album che suona assai derivativo, per meglio dire bellamente a cavallo fra l’allora ancor fresca intuizione dei Nice di Keith Emerson (ossia: scopiazzamento con destrezza, furberia e versatilità di pagine classiche, meglio se fra le meno scontate e celebri) e la strana alchimia hard/pop/progressiva alla base della prima fase di carriera dei Deep Purple (il cosiddetto “Mark I”, a monte del falsettone blues di Ian Gillan e dei riffoni al basso di Roger Glover destinati a far optare la band, per nostra fortuna, a favore dell’hard rock una volta imboccata la fase “Mark II”).
Per correre dietro a queste due seminali bande di fine anni sessanta ci vogliono i musicisti giusti e i Beggars Opera li possiedono: a Emersoneggiare provvede tale Alan Park, all’epoca appena diciottenne e fresco di diploma al conservatorio, per certo assoluto dominatore di quest’album col suo Hammond onnipresente e virtuoso; la Fender Stratocaster che solca questo mare d’organo, ogni tanto prendendosi il proscenio, è invece manovrata con indubbia perizia da tal Richard Gardiner e sfoggia suoni e gusto decisamente Blackmoriani, dai quali in ogni caso il buon Ricky si affrancherà di brutto diversi anni dopo, una volta entrato nell’entourage di David Bowie (album “Low”) e di Iggy Pop (album “Lust For Life”, la sua firma anche sullo storico singolo “The Passenger”).
La nota stonata di queste registrazioni è la resa del biondissimo cantante Martin Griffiths: tanta potenza ma intonazione e controllo ancora dilettanteschi, non aiutati oltretutto da adeguata produzione, povera di riverbero e in generale di competente “affogamento” nel mix delle parti cantate. La sensazione ripetuta è che il canto sia un po’ appiccicato sopra la base strumentale… un feeling d’altronde comune a parecchia musica di questo genere, ad esempio a buona parte del cosiddetto progressive italiano di quegli anni a venire, ma anche a ben fortunati progetti tipo Dream Theater (specie quelli dell’esordio “Dream and Day Unite” col modesto frontman Charlie Dominici… ma anche nel seguito, col più valido James LaBrie a verseggiare spesso e volentieri da vero intruso in mezzo alla sborona accozzaglia strumentale degli altri quattro).
Per la cronaca i Beggars Opera supereranno sveltamente questa fase acerba e impersonale, coniando una seconda opera “Waters Of Change” notevolmente diversa e matura, giocata su di un progressive pop rock rotondo ed equilibrato, fatto a canzoni e non più a suites, nel quale il vocione di Griffiths adeguatamente microfonato ed effettato farà la sua bella figura. Col secondo album e ancora più col terzo “Pathfinder” il quintetto scozzese troverà il suo proprio suono, la sua vena progressiva melodica e suggestiva, con tanto di sacrosante sfumature di gighe scozzesi ed un costruttivo ridimensionamento dello strafare organistico di Alan Park.
Poi, inspiegabilmente, la perdita subitanea d’ispirazione e l’oblio, già dal quarto album “Get Your Dog Off Me”, del tutto trascurabile o quasi così come i successivi (altri quattro o cinque, sparsi uno ogni cinque anni fino ad epoche recenti).
Ma quest’album, pur non essendo come detto il migliore e tantomeno il più indicativo del suono Beggars Opera, ha comunque il suo perché se non altro a simbolo di come si riusciva a fare, e poi pubblicare!, musica “strana” quarant’anni fa. E allora fra Passacaglie, Guglielmi Tell, accenni a Peer Gynt e a Franz Von Suppè ed altre riprese rock di pagine classiche, si riesce ancor oggi ad apprezzare, mettendoci la buona dose di indispensabile storicismo, le spumeggianti e candide esagerazioni dei quaranta minuti di sarabande para-classiche in questione, infiorettati da qualche melodia vocale, molto entusiasmo e soprattutto alcuni memorabili passaggi (il break chitarristico di Gardiner in “Passacaglia”; il liquido, liricissimo finale d’organo di Park in “Memory” ad esempio).
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