R Recensione

7/10

Renaissance

Ashes Are Burning

Dalle ceneri degli Yardbirds, gruppo londinese mezzo beat e mezzo blues degli anni sessanta famoso soprattutto per avere annoverato nelle sue file prima Eric Clapton poi Jeff Beck e infine Jimmy Page, non è fiorita solo la grandiosa epopea hard/folk/blues dei Led Zeppelin ma pure quella folk/pop/progressiva, assai meno celebre ma comunque importante, dei Renaissance.

Il batterista ed il cantante dei “Gallinacci” (come li tradusse Mike Bongiorno quando si presentarono a Sanremo, nel 1966) ne avevano piene le scatole di british blues e di chitarristi invasivi, così al rompete le file degli Yardbirds si erano quasi subito dati da fare con un nuovo quintetto, stavolta però tenendo la chitarra elettrica decisamente in secondo piano ed ispirandosi piuttosto a ciò che Nice e Procol Harum stavano allora combinando, ossia quell’innovativo matrimonio fra musica colta romantica europea ed americaneggiante pop anglosassone, con tastiere ed orchestra presenti a iosa negli arrangiamenti.

L’esperienza di questi Renaissance sembrò essersi esaurita dopo un paio d’album di modesto riscontro, invece quella Rinascita invocata dal nome si realizzò effettivamente, soltanto dilazionata di qualche anno, di qualche disco e con altri protagonisti, vista l’uscita di scena dei due fondatori. La mossa decisiva fu il rimpiazzo di Jane Relf, sorella e collega del cantante ex-Yardbirds Keith, con la talentuosissima Annie Haslam, vero e proprio usignolo umano dalla voce ferma, densa, estesissima e terribilmente melodiosa.

L’altro punto focale per la definizione della musica della formazione divenne poi in questa fase il pianista John Tout, classico musicista diplomato al conservatorio dal tocco educato e virtuoso seppur con zero talento e spinta compositivi. Poco male, giacché a questo aspetto provvedevano due elementi esterni ovvero la poetessa Betty Tatcher, la quale dalla Cornovaglia dava riscontro all’invio delle musicassette con i cantati accennati dalla Haslam in “vocalese” (na na naadu du duu ecc.) postando di ritorno i rispettivi testi, nonché il chitarrista acustico e compositore delle musiche Michael Dunford, all’inizio neanche accreditato come componente del gruppo e comunque in secondo piano nel mix anche in seguito.

Un primo disco (terzo in assoluto) dal titolo “Prologue” per ambientarsi e convincersi che era sull’enorme efficacia e fascino dell’emissione vocale di Annie che conveniva puntare, e poi finalmente il primo vero successo internazionale con questo “Ashes Are Burning”, dopodiché i riscontri di critica e di vendite aumentarono ancora per i primi due o tre dischi a seguire, per poi decadere rapidamente all’arrivo degli anni ottanta.

L’album presenta due suite multipartite intorno ai dieci minuti ognuna, poste come inizio e finale, separate da quattro episodi più contenuti e grosso modo limitati alla forma canzone, benché la presa a prestito di qualche pagina classica non manchi neanche in esse (ad esempio un Preludio di Debussy ad incorniciare la piacevole, poppistica ballata “At The Harbour”). Entrambe le composizioni estese sono belle ed interessanti, ovviamente a patto di possedere inclinazione estetica verso il barocco: l’apertura “Can You Understand” è più serrata gloriosa e trascinante mentre la title track finale, più posata prolissa melodica e corale, è caratterizzata da un assolo conclusivo alla sei corde elettrica dell’ospite Andy Powell (Wishbone Ash).

A tanti anni di distanza dall’epoca d’oro di questo gruppo e della musica progressiva in generale riascoltare la voce di Annie Haslam riesce ancora a procurare grande emozione. Se proprio non si riuscisse a reggere l’effettiva magniloquenza degli arrangiamenti e la fredda sensazione da esercizio di stile dei passaggi pianistici, consiglio vivamente di concentrarsi su quel portento di cantante che questa banda era in grado di esibire: lei e la povera Sandy Danny (Fairport Convention) sono le due voci femminili indimenticabili donateci dal folk rock britannico.         

V Voti

Voto degli utenti: 7,6/10 in media su 8 voti.
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VDGG 7,5/10
loson 7/10
unknown 7,5/10
B-B-B 7,5/10
Lelling 7,5/10
ManuWR 8,5/10

C Commenti

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VDGG (ha votato 7,5 questo disco) alle 21:11 del 21 ottobre 2015 ha scritto:

La voce della Haslam nobilita senz'altro i Renaissance, anche se preferisco la Denny o Celia Humphris.

loson (ha votato 7 questo disco) alle 16:20 del 22 ottobre 2015 ha scritto:

Gli preferisco "Scheherazade and Other Stories" del '75, ma anche questo ha dalla sua dei bei classiconi: la Title Track e Carpet Of The Sun su tutti.

PierPaolo, autore, alle 22:07 del 22 ottobre 2015 ha scritto:

Mi manca 'sto Sherazade, loson. Adesso me lo cerco e me lo compro alla fiera del disco di Bologna, fra due settimane.

loson (ha votato 7 questo disco) alle 22:49 del 22 ottobre 2015 ha scritto:

Magari ascoltati qualcosa prima, se non vuoi correre rischi. Nel senso che serve una ancora maggiore "inclinazione estetica verso il barocco" (come hai giustamente scritto) di quella necessaria per apprezzare "Ashes Are Burning", più che altro per via degli interventi orchestrali e del coro (che comunque non sono mai invadenti, secondo me).

unknown (ha votato 7,5 questo disco) alle 14:01 del 23 ottobre 2015 ha scritto:

se ti manca pierpaolo scheherazade prendilo ....secondo me è il meglio dei renaissance

PierPaolo, autore, alle 20:46 del 23 ottobre 2015 ha scritto:

Yes unknownn.... I miss it. Posseggo il primo omonimo, Prologue, questo Ashes e il pessimo Time-Line del 1983 a cui l'espatriato commentatore habitué di queste parti affibbierebbe uno dei suoi 1=monnezza, a pieno titolo per una volta.

VDGG (ha votato 7,5 questo disco) alle 21:28 del 23 ottobre 2015 ha scritto:

I miei preferiti sono AAB e Turn of the cards che contiene Black Flame, uno dei loro brani più belli.