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R Recensione

7,5/10

Sonar with David Torn

Vortex

Sulla carta l’incontro fra il quartetto svizzero Sonar ed il chitarrista statunitense David Torn poteva sembrare, al più, un esperimento nella fusione degli opposti: da una parte il rigore metronomico e le composizioni matematiche e minimali degli elvetici, dall’altro l’estro creativo di uno dei chitarristi più “liberi” in circolazione, in grado di passare con disinvoltura dal progressive al free jazz via sperimentazioni assortite come quelle del solo “Only Sky” del 2015. All’atto pratico, le manipolazioni di Torn risultano invece un valore aggiunto per l’intricato mondo Sonar, arricchendo sotto il profilo emotivo le spesse tessiture chitarristiche delle precedenti prove del quartetto.

Formatisi nel 2010 con alle spalle singole esperienze in campo matematico, informatico ed artistico, Stephen Thelen, Bernhard Wagner, Christian Kuntner e Manuel Pasquinelli pubblicano nel 2012 l’esordio discografico “A Flaw Of Nature”, per l’etichetta Rhythm Records del musicista svizzero Nik Bärtsch, una volta messa a fuoco l’idea programmatica su cui costruire la propria identità: niente orpelli elettronici e banditi i virtuosisimi, per fare spazio ad un interplay che valorizzi la componente poliritmica della musica ed un timbro sonoro scoperto casualmente accordando una chitarra in tritoni. Seguono altri due lavori per Cuneiform, etichetta sempre molto attenta alla scena sperimentale europea, “Static Motion” nel 2014, e “Black Light” nel 2015, che consolidano, anche tramite la resa live, una reputazione di “groove band minimalista e progressive”, come loro stessi si definiscono. Due chitarre che costruiscono intricate trame sonore “ad incastro”, su una solida ossatura ritmica composta da basso pulsante e dub, e batteria incalzante ma mai invadente. Tutti elementi che si ritrovano anche nell’esordio su RareNoise, l’etichetta che ha propiziato l’incontro con Torn via intercessione di Henry Kaiser.

Ascoltare “Vortex” è come camminare in un dipinto di Escher: dimensioni, spazio e volumi si intersecano e sovrappongono di continuo, spiazzando le aspettative di qualsiasi sviluppo prevedibile. Così, accade che la sezione iterativa ed ipnotica di “Part 44” si apra in improvvise oasi melodiche nelle quali s’insinua la chitarra atmosferica di Torn, che “Red Shift” inizi con taglio minimalista, prosegua in progressioni post rock e si insinui nell’astrazione di scure ombre di suono, oppure che la title track alterni un funk destrutturato e scheletrico ad un refrain carico di echi e mistero, prima di lanciarsi in una sfrenata rincorsa rock. Il contributo principale di Torn consiste nell’aggiungere alle algide strutture Sonar una qualità narrativa ed un senso del pathos che talvolta richiamano le atmosfere apocalittiche dei King Crimson del periodo “Discipline”. E sentirlo frippeggiare fra le volute metalliche di “Waves And Particles o le plumbee cortine della scandita “Monolith”, rinnova sensazioni da preservare per i seguaci del Re cremisi.

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