R Recensione

8/10

Yes

Going For The One

Schematizzando al massimo il panorama della quarantacinquennale produzione discografica degli Yes, ho la personale considerazione che la santissima trinità “Yes Album” /”Fragile”/”Close To The Edge”, sparata fuori dai nostri in meno di due anni tra il ’71 e il ’72, sia costituita da meri capolavori.

Considero altresì fascinose e più che pregevoli altre quattro loro opere, e precisamente la glaciale ma ispirata “Relayer” del 1974, la successiva “Going For The One” del 1977 che qui si prende in considerazione, l’anomala ma belloccia “90125” del 1983 e infine la quasi senile, ma inaspettatamente consistente “Magnification” del 2001.

Il resto della produzione di studio, lasciando fuori dal discorso le pubblicazioni dal vivo, la vedo utile, godibile (quasi sempre) ma non indispensabile, ad uso e consumo dei fans del gruppo e più in generale del progressive (eccone qua uno…). La grande reputazione che questo quintetto ha presso molti musicofili risiede in ogni caso, a mio giudizio, per larga parte in queste sette grandi opere.

Going For The One “ risulta quindi, seguendo il mio ragionamento in quanto a preferenze, il miglior lavoro prodotto dalla formazione “mark III” degli Yes, quella con due membri originari e tre “primi subentri”: Steve Howe come chitarrista, Rick Wakeman come tastierista e Alan White come batterista. L’album è articolato in cinque episodi, tre solo discreti ma i restanti due assolutamente nell’empireo Yes, fra le prime dieci composizioni di carriera, per alcuni al primo e secondo posto assoluti, perché no.

Il più celebrato dei due è la suite finale “Awaken” di quasi sedici minuti: inizia con una breve e virtuosa intro di pianoforte subito seguita dall’inestimabile voce di Jon Anderson la quale, fatta scivolare all’indietro e verso l’alto da sapientissimi riverberi, si libra su un’eterea nuvola di tastiere, algida ed emozionante allo stesso tempo.

L’ingresso della sezione ritmica e dell’aspra chitarra elettrica satura e stratifica insieme suoni e voci, in tipico stile Yes alla maniera del precedente exploit “Close To the Edge”, fino al break condotto da Wakeman su di un autentico organo da chiesa: un paio di ascese e discese molto Bachiane sgorgano dalle rapidissime mani del biondo musicista, poi il ritmo si mette sui tre quarti, le melodie corali si sublimano sempre più gloriose fino alla vera e propria apoteosi del pezzo, interrotta prima però da un lungo ed etereo intermezzo strumentale, in lento crescendo da un prologo quasi silente.

Sono questi quattro o cinque delicati minuti uno dei massimi vertici in quanto a visione, immaginazione e resa della intera musica progressiva: Anderson pizzica un’arpa, White detta la cadenza con due triangoli, Wakeman gioca col sontuoso organo ecclesiastico, prima con guizzanti e deliziosi contrappunti e poi cominciando a staccare accordi e a far lavorare i poderosi registri bassi, in un crescendo sinfonico che mischia le sue tonanti stoccate a profusioni di cori e contro cori a tre voci, nonché laceranti bordate di chitarra elettrica.

La catarsi finale vede il ritorno della paradisiaca atmosfera dell’inizio, con la vocina da arcangelo di Jon ora sospesa sopra un tappeto liquido e magico, non si capisce se creato tutto dai Polymoog del tastierista o se vi sia (come credo) anche il contributo di Howe, in questo caso armato di wha wha, pedale del volume, eco ribattuto e chissà cos’altro. In una risacca di assolvenze e dissolvenze, ad ondate di estetizzante, filmica ispirazione, la suite va ad espirare beatamente, salutata da un ultimo guizzetto all’elettrica di mastro Steve.

Si… però il mio brano preferito in assoluto è in realtà quell’altro: sempre una suite, ma assai più breve (meno di otto minuti), a titolo “Turn Of The Century”: il chitarrista è più che mai sugli scudi, prorompendo in un prologo dal suono e tocco meravigliosi, pizzicando lo strumento classico con l’abituale, inortodosso stile (un misto tra il plettro, tenuto tra pollice e l’indice, e le altre dita libere: il fatto è che Steve Howe, massimo responsabile dell’introduzione dell’impostazione classica nella chitarra rock, è un completo autodidatta, non avendo mai preso lezioni da maestri e tantomeno frequentato conservatori… incredibile!).

L’onnipresente Anderson arriva ben presto, duettando col suo chitarrista sul solito etereo laghetto di suoni sintetizzati approntato da Wakeman, che rompe dopo poco gli indugi agguantando il pianoforte e conducendo tutto il gruppo ad una fase centrale di cervellotica ma fluida complessità. Anderson continua a sciorinare strofe e intorno a lui tutti gli strumenti infiorettano viaggiando in contrappunto: il basso di Chris Squire segue la propria melodia, altrettanto la chitarra elettrica, come pure i minimoog del biondo Rick e le percussioni di White. Il gran crescendo elettrico è assicurato dal passaggio al tono superiore, dalle stoccate di chitarra solista, dall’estremo romanticismo ed insieme vigore del la ricchissima tavolozza sonora… la Yes-orchestra lavora in sublime coesione ed ispirazione.

Una magica sospensione e tornano i rintocchi della chitarra classica, per un epilogo di augusta ricchezza melodica ed altrettanta resa timbrica, indimenticabile per gli aficionados: il migliore Steve Howe della storia.

Il brano iniziale che intitola il lavoro è un’elaborazione rock, alla maniera Yes, di una vivace idea melodica di Jon Anderson. Com’è tipico delle composizioni di questo autoritario capobanda melodista/non strumentista, è eccessivamente presente e quindi a rischio di stucchevolezza la parte cantata. Inoltre la scelta di far viaggiare voce e pedal steel guitar insieme, al centro del panorama stereo e su frequenze assai vicine, crea un discreto guazzabuglio, compromesso anche dalla non eccessiva perizia tecnica dell’altrimenti ottimo Howe su questo tipo di chitarra.

Parallels” è una composizione del bassista, avanzatagli dal suo album personale “Fish Out Of Water” uscito un paio d’anni prima e non particolarmente ispirata… soprattutto rovinata dall’improprio uso dell’organo da chiesa da parte di Wakeman, efficacissimo nelle mezze sinfonie come “Awaken”, ma di ben minore resa nel rock rispetto al tradizionale Hammond. Il ritmo qui è svelto e le grosse canne dello strumento vi arrancano, non riuscendo a garantire sufficiente attacco nei cambi di accordo e sporcando con l’eccessivo riverbero della chiesa la compattezza del mix.

La breve e semplice “Wonderous Stories” infine, a suo tempo estratta come singolo con discreto riscontro, ha buon gioco nel distaccare le ponderose e complesse suites dell’album e ad assicurare fornire qualche minuto di musica più lineare e canzonettistica. Il chitarrista sceglie di accompagnarla con la chitarra portoghese, una specie di mandolino gigante dal timbro caratteristico, già usata su altre canzoni degli Yes (ad esempio “I’ve Seen All Good People” su “Yes Album”) ma le cose migliori le fa sentire Squire ai controcanti: il bassista ha studiato per anni nel coro della sua parrocchia ed è un vero luminare nell’arte dell’armonia vocale. Vere melodie alternative, le sue partiture di canto all’interno degli arrangiamenti Yes costituiscono ennesimo motivo di interesse per questo tormentato, autoindulgente ma poliedrico e talentuoso  gruppo, autore di pagine fondamentali del genere progressive e della musica degli anni settanta.       

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Voto degli utenti: 6,2/10 in media su 9 voti.
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cico57 3/10
ManuWR 7/10
brogior 9,5/10

C Commenti

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Mushu289 (ha votato 4 questo disco) alle 10:43 del 24 agosto 2015 ha scritto:

disco ripieno di stereotipi, roba già sentita, Prog trito e ritrito, uno dei peggiori dischi della band, la pacchianità poi con sto disco sale a livelli estremi, seppur la pomposità di album come Relayer o Close To The Edge condivano il disco e non era esagerata, qua si sale veramente a livelli estremi, deludente a dir poco, dopo quell'ottimo Relayer mi trovo sta porcata, colpa anche di Rick Wakeman e la sua esagerazione sulle tastiere

cthulhu (ha votato 8 questo disco) alle 8:34 del 30 settembre 2015 ha scritto:

A mio avviso uno dei loro capolavori e , personalmente, il mio disco preferito; "Awaken" e' una suite eccezionale che mon mi stancherei mai di ascoltare

onward alle 10:30 del 28 agosto 2016 ha scritto:

capolavoro

brogior (ha votato 9,5 questo disco) alle 16:53 del 10 gennaio ha scritto:

Eccellente e con almeno 3 capolavori, Turn of the century, Parallels e Awaken

Giorgio_Gennari (ha votato 5 questo disco) alle 13:28 del 22 febbraio ha scritto:

Se RELAYER vantava ancora una sana voglia di rinnovare ed espandere il linguaggio del prog, in quest’album manca. I brani più brevi (anche Turn of the Century) hanno poca personalità e poche idee. Awaken, la nuova suite stavolta di 15 minuti, si perde in sonorità vagamente VanDerGraaffiane, intervalli pianistici o chitarristici e cori rilassati, all’insegna della monotonia; non ha nulla a che fare con la potenza di Close to the Edge o di The Gates of Delirium. I difetti dell’album sono una generale povertà di idee (da questo a FRAGILE c’è un abisso) ma anche una produzione di una pomposità spropositata, che va a rovinare anche i momenti migliori.