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R Recensione

8/10

Amplifier

The Octopus

Sempre più raramente capitano album, piovuti dal cielo o chissà da quale provincia segreta intergalattica o da quale piega spazio-temporale fuorimano, che ci ricongiungono a quella modalità di fruizione della musica che imponevano "album a concetto" come "The Lamb Lies Down On Broadway" dei Genesis, "The Wall" dei Pink Floyd, "The Snow Goose" dei Camel. Una modalità che richiedeva alcune regole imprescindibili: ascoltare con profondità, in profondità, a lungo, per settimane, per mesi, senza altre sovrapposizioni. Fa quasi ridere constatare quanto tali regole siano (state) cambiate, depotenziate, azzerate, spingendo tutti, appassionati e listener di poche pretese, verso un modello culturale mordi-fuggi-vomita, facendo così (dis)perdere, attraverso la logica dell'accumulo e della ricerca quotidiana dell'ultimo-pitchfork-benedetto di turno, del disco del mese, del disco della settimana, del disco del giorno, del poco di tutto.

Resta una unica prospettiva antitetica, un unico antidoto a questa distratta dimensione bidimensionale del sapere: il soffermarsi. "The Octopus" (il terzo opus nella discografia del trio supportato on-stage da Steve Durose, guitarist e membro fondatore degli Oceansize), è un album che, senza cercare politiche conciliazioni con i tempi nei quali viene pubblicato, richiede ancora questo "rimanere dentro", questo permanere in una musica. Il disco segue a distanza di cinque anni quell'"Insider" che ha fatto sputare sangue a Sel Balamir (voce, chitarra e leadership), Neil Mahony (basso) e Matt Brobin (batteria), in continuo contrasto con la label sempre pronta ad azioni di pressing per rendere gli Amplifier un gruppo di post-metal con brani di successo e sul "solco" delle band alle quali hanno avuto l'onore di aprire dal vivo (Deftones, Opeth, Porcupine Tree...).

Fortunatamente il distacco dall'etichetta è stato colto dagli Amplifier come un segno provvidenziale per rivedere le proprie priorità e per decidere che il capitolo successivo, interamente autofinanziato (la Ampcorp è una etichetta da loro fondata), fosse interamente avulso da costrizioni e libero da impedimenti tali da determinare modifiche di rotta. Come primo atto di questa nuova coerenza, il (sof)fermarsi tutto il tempo necessario per comporre, nel modo migliore, la musica più adatta a questo ritrovato spirito liberato. Ciò che lentamente è emerso ha preso la forma di un concept album, basato su una storia raccontata in un libro realizzato ad hoc (e venduto separatamente rispetto all'album), ma resa volutamente criptica quasi fino all'illeggibilità: il testo è vago e pieno di sentenze/citazioni e, di pagina in pagina, alle lettere si sostituiscono gradualmente simboli.

Vi lascio immaginare la difficoltà giunti alle ultime battute. L'unica cosa che si evince è che qui si disquisisce sull'entropia dell'esistenza inserendo questa, come suggerito dagli allegorici fumetti presenti nel libro, in un contesto cosmico, nel quale ci sono entità extraterrestri filiformi che in qualche misura hanno a che fare con antiche profezie e con il destino ultimo o primigenio dell'universo. La premessa, l'ammetto, potrà non sembrare delle migliori o addirittura scoraggiare vista la pretenziosità: vogliate mettere in conto la mancanza di volontà del recensore di mettersi a fare una tesi di dottorato sulle liriche cosmogoniche dell'album.

 

Musicalmente "The Octopus" si insinua nelle distanze siderali o negli interstizi più angusti che separano (o uniscono) i mondi di Pink Floyd (a partire dall'iniziale The Runner chiaramente ricalcata su On The Run), Queensryche (Bloodtest pare uscita da una qualche sessione di registrazione del masterpiece "Promised Land"), Tool (Interglacial Spell, The Wave, The Sick Rose), A Perfect Circle (Golden Ratio), Oceansize (con loro la parentela è strettissima: stessa città, amici gli uni degli altri... pezzi come la title-track ne sono la testimonianza), Porcupine Tree (fra tutte la sequenza White Horses At Sea / Utopian Daydream, ma anche Oscar Night / Embryo), Rush (The Emperor potrebbe essere un inedito del periodo "Moving Pictures"), Muse (nei brani più sinfonici come Minion's Song).

Attorno a queste ideologie artistiche si addensano le stratificate masse sonore della formazione mancuniana: se è ipotizzabile una credibile evoluzione del Progressive applicabile ai nostri tempi, ossia ad oltre quarant'anni dalla sua prima ipotesi espressiva, questa mi pare sia oggettivamente rinvenibile nelle due ore che costituiscono il corpus di "The Octopus": epica senza virtuosismi enfatici, magniloquenza senza pomposità, complessità senza barocchismi. Tutto attiene ad un immaginario oscuro, sia questo riferibile alle stanze tenebrose dell'animo umano oppure a qualche remoto anfratto di un universo parallelo, senza stelle e sprofondato in un buio biblico. Ovviamente alcuni momenti appaiono più geniali e tali da lasciare neppure troppo metaforicamente senza fiato: Trading Dark Matter On The Stock Exchange, The Sick Rose (ispirata all'omonimo componimento poetico di William Blake), Interstellar (che conquista territori a cui i Dream Teather pur girandoci attorno non riescono a scorgere a causa della loro tracotanza), Bloodtest nel suo ottenebrata incedere, Oscar Night / Embryo e la magnetica Forever and More che con il suo vento solare risucchia in sé tutta la materia plasmata dagli Amplifier.

 

Posso garantire solo una cosa: con un album così e che meritava di essere nella "best of list" del 2011, mi sono vividamente tornati alla mente i miei lontani 17 anni quando giravo, per mesi, con una sola audiocassetta da 90 minuti nel walkman (memorabili quelle di "The Lamb" o di "The Wall" con sopra immortalati i fruscii dei vinili) e non vedevo l'ora di discuterne con i miei pochi amici di scuola con i quali si poteva discorrere per ore anche di un solo album, di una sola canzone. Oggi al walkman ho fisiologicamente sostituito un iPod (lo stesso modello dal 2005), ma evidentemente quando a scattare è la stessa molla emotiva, non si può far altro solo che lasciarsi irradiare, ancora una volta, da quel fuoco inestinguibile che, grazie a band come gli Amplifier, arde con la medesima, vitale, indomita energia. E scusate se è poco.

 

(Dedico questa recensione a Swansong, che mi ha trasmesso la passione per "The Octopus")

V Voti

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Teo 8/10

C Commenti

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firstvalley (ha votato 8 questo disco) alle 10:20 del 31 gennaio 2012 ha scritto:

Condivido in pieno quanto scritto da Stefano, un consiglio per l'ascolto di questo disco, se non si fa in tempo a sentirlo tutto e' tassativamente "CONTROINDICATO" ricominciare da capo

Vale

Marco_Biasio alle 12:02 del 31 gennaio 2012 ha scritto:

Del gruppo ricordo "Insidier", che mi sembrava - sommariamente - un brutto copia incolla di riffaggi tooliani senza fantasia, vetusto crossover anni '90 e qualche venatura di nu-metal nell'approccio chitarristico. Per farla breve, non ne ho proprio un bel ricordo. Non so davvero se potrei arrivare ad un 8 per un loro disco... Bella recensione, Stefano.

swansong (ha votato 9 questo disco) alle 12:24 del 31 gennaio 2012 ha scritto:

Caro Stefano, che onore,!

Che dire, sono molto lusingato della tua dedica eppoi, dopo una recensione del genere (ottima disamina per uno dei gruppi più interessanti degli ultimi anni, complimenti!), non posso che essere doppiamente felice. Comunque, ringraziamenti e complimenti doverosi a parte, siamo, con Octopus, al cospetto di un signor disco. Senza ombra di dubbio una delle (se non la) migliore uscita del 2011, anche perchè l'ultimo, disumano, Crippled Black Phopenix (ora come ora, per me, rock band band del momento) è di quest'anno! Gli Amplifier, Stefano lo sa, mi hanno stregato sin dal loro esordio omonimo del 2005, un mix senza precedenti che univa insieme, come fosse la cosa più naturale del mondo, la corrosiva e monolitica potenza sabbathiana con affascinanti melodie post-grunge a la Perfect Circle (grazie, soprattutto, all'intensa timbrica di Sel Balamir) il tutto dimostrando una padronanza tecnica di tutto rispetto.

Ebbene, dopo la delusione avuta con l'ascolto del successivo Insider, noioso ed inutilmente aggressivo, con questo The Octopus gli Amplifier hanno raggiunto il loro zenith stilistico. Quoto su tutta la linea il pensiero di Stefano: le associazioni ed i richiami ad i gruppi citati in effetti calzano a pennello. Ma ciò che soprende è l'assoluta padronanza della materia trattata – ostica di per sè, poichè piena di cliché stilistici ormai superinflazionati – che non li fa mai cadere, pateticamente, nel plagio spudorato (piuttosto direi nell'omaggio riverito) e li consacra fra i migliori esponenti alternative oggi in circolazione ed ascolto (mooolto attento e mooolto ripetuto)obbligato per tutti gli amanti del genere. Grazie ancora Stefano!

swansong (ha votato 9 questo disco) alle 12:29 del 31 gennaio 2012 ha scritto:

Ciao Marco!

Hai ragione per Insider, ma dà una chance al primo omonimo, non te ne pentirai!

Utente non più registrato alle 11:38 del 27 gennaio 2013 ha scritto:

Dopo averli visti dal vivo in un mini concerto che non vedevo l'ora finisse...le loro quotazioni sono ulteriormente calate...

Questo, per me, finora è l'unico disco che possiede un minimo di "raffinatezza".

L'ascolto di un brano tratto dall'ultimo cd per l'etichetta Kscope, sembra spostare l'approccio musicale su coordinate porcupiniane, ma senza raggiungerne le vette.