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R Recensione

10/10

Caravan

In the Land of Grey and Pink

Quando si dice il potere della presentazione: esiste una persona che ascoltando questo album non ne ambienti il contenuto nel villaggio fatato della copertina? Certo non il sottoscritto, che da giovinetto restò incantato dalla miniatura dell'immagine, scovata in un vecchio catalogo discografico, in un'epoca lontana da internet. Rimasi ossessionato per mesi da quel quadretto finché non decisi di comprare il disco a scatola chiusa, impossibilitato nel trovare qualsivoglia informazione al riguardo. Pur avendo già iniziato l'esplorazione del rock progressivo, mi ritrovai a bocca aperta: musica di una bellezza angelica, melodie sognanti e perfette, addirittura gli assoli sembravano melodie a loro volta, isolandoli si sarebbe potuto trarne ulteriori canzoni. E la voce, non avevo mai sentito niente di così gentile e morbido in un disco rock.

A distanza di molti anni quelle sensazioni sono rimaste intatte e se ne sono aggiunte altre: la comprensione dei testi, la contestualizzazione del disco nella sua epoca e nella discografia dei Caravan, il pieno assorbimento della suite sul secondo lato. Tutti elementi che mi portano a considerare "In the Land of Grey and Pink" un miracolo fuori dal tempo.

I Caravan nascono nel 1968 a un passo da Canterbury, dalle ceneri dei Wilde Flowers. La loro prima formazione conta Richard Coughlan (batteria, scomparso nel 2013), Pye Hastings (chitarra) e i cugini Dave e Richard Sinclair, rispettivamente tastiere e basso. Dura lo spazio di tre album e rimane a tutt'oggi la loro incarnazione più celebre. Questo ne è l'atto conclusivo, visto che di lì a pochi mesi Dave avrebbe mollato, sostituito da Richard Miller.    

"Golf Girl" apre l'album sbandierando un sound denso di groove, eppure niente affatto nero o sudato: a sorpresa la scansione viene infatti dettata da un pattern di chitarra acustica e pianoforte, energetici quanto basta, ma mai intrusivi. La batteria segue con una serie di piccole increspature e spostamenti di accento che rendono il brano ricchissimo nel suo andamento in apparenza lineare. I Caravan mescolano le carte in tavola con inarrivabile charme: a sentirlo sembra un pezzo pop, anzi lo è, ma contiene tutti gli elementi tipici del rock progressivo, mimetizzandoli a perfezione. Neanche il più accanito detrattore del genere in questione potrebbe recriminare qualcosa contro "Golf Girl", anzi le critiche - pur rare - arrivano semmai dai suoi fanatici, che non captando i particolari cadono nella trappola del brano "troppo semplice". Eppure in quale altra canzone dell'epoca riuscite a trovare una parte di Mellotron che non faccia da semplice sottofondo d'atmosfera, ma si prodighi in un vero assolo? Quale altra canzone dell'epoca si apre con un riff di trombone jazzato dal sentore onomatopeico? Quale altro pezzo dell'epoca affida l'assolo epico del finale a un ottavino?

Il testo è poi un piccolo gioiello di ilarità che racconta l'incontro con una ragazza su un campo da golf e - mossa tipicamente british - mette in contrasto la pigrizia del paesaggio bucolico con una caustica dose di humor.

"Winter Wine" cambia tono: la grazia è la stessa, ma la malinconia prende il sopravvento. Dopo un quadretto acustico di un minuto, l'ingresso del basso fa scattare la cavalcata. Lo strumento non fornisce solo il groove, ma tratteggia il tessuto melodico del brano, su cui poi l'organo elettrico e saltuari interventi di pianoforte pongono ulteriore ricamo. La chitarra elettrica viene ridotta a scandire geometrici interventi ritmici, fra l'altro di gran pregio, ribaltando il suo rapporto con il basso anni prima di qualsiasi ipotesi new wave.

Sono il testo e le parti cantate a rendere il brano decisamente mesto: Richard Sinclair narra di paesaggi magici di stampo fantasy, fra dragoni, castelli e vecchie locande, ma con un sottinteso onirico che impregna di posticcio quei luoghi e il relativo senso d'avventura. Difatti nell'ultimo segmento si torna bruscamente alla realtà, fra l'incertezza del domani a cui l'uomo è condannato ("La vita è troppo breve per essere tristi, desiderando cose che non avrai mai, ti conviene non pensare al futuro, i sogni terminano sempre troppo presto") e la volontà di sperare nonostante tutto ("Suoni di una melodia lontana, una volta suonata persa nella memoria, buffo come sembri più chiara, ora che tu mi sei vicino"). Mentre queste parole vengono pronunciate, un coro etereo vaga sullo sfondo, riempiendo quello che è forse il momento più emotivo del disco.

"Love to Love You" è la pietra dello scandalo. Affidata non al timbro vellutato di Richard, ma a quello decisamente più acuto di Pye Hastings, questa affabile filastrocca viene spesso indicata come neo del disco. Non se ne capisce il motivo: ben calato nell'atmosfera fiabesca e fluttuante che impregna l'album, il brano non è meno raffinato degli altri, semmai solo più sfacciatamente orecchiabile. Il testo è un guazzabuglio di surrealismo e humor nero (qualcuno riconosce nella seconda strofa un neanche troppo velato riferimento all'omosessualità, fatto del tutto inedito per il prog), il ritmo in 7/8 è di certo inusuale per un pezzo così breve e appiccicoso, e squisito è il flauto svolazzante di Jimmy Hastings, fratello di Pye e session man fra i più dotati del periodo, ospite ai fiati in più punti del disco.

Richard torna alla voce per la title-track, che ricalca il sound di "Golf Girl", con la chitarra acustica di nuovo protagonista della sezione ritmica. Lì si chiude il primo lato del vinile e la parte di maggior impatto dell'album. Sul retro c'è una immensa suite di quasi 23 minuti, "Nine Feet Underground", composta per buona parte da Dave Sinclair in uno scantinato (da cui il titolo). A differenza di molte fra le suite del periodo, "Nine Feet Underground" non cambia in maniera scomposta e non sfoggia dozzine di tempi differenti: le varie sezioni fluiscono su un solido mid-tempo, legate l'una all'altra da un continuo assolo d'organo. L'effetto noia viene magistralmente evitato dall'elevato tasso melodico della divagazione - che sposa la tecnica del jazz e il sapore del folk britannico - e dai numerosi effetti applicati allo strumento, capaci di generare altrettante sfumature di suono e stati d'animo, dal più quieto al più convulso.

Jazzati come i Soft Machine ma decisamente meno frigidi, melodici quanto Kevin Ayers ma senza le sue continue interruzioni circensi, romantici quanto i Genesis o i primi King Crimson, ma capaci a differenza di questi di briose sterzate umoristiche, i Caravan furono il compendio perfetto non solo della sottocorrente di Canterbury, ma in generale di un po' tutto il primo rock progressivo. Quello dal sapore più arcano, prima che arrivassero i synth polifonici e le tecniche di registrazione che avrebbero consentito il balzo nel futuro avvenuto a cavallo fra il 1972 e il 1973. Eppure, anche se oggi suona più lontano, il prog antecedente il miracolo tecnologico mantiene un fascino ineguagliabile, e "In the Land of Grey and Pink" ne è senza dubbio uno dei più clamorosi esempi.

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Voto degli utenti: 9,2/10 in media su 13 voti.
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Cas 9,5/10
gramsci 10/10
swansong 9,5/10
B-B-B 9/10
ManuWR 8,5/10

C Commenti

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FrancescoB alle 16:48 del 12 luglio 2014 ha scritto:

Recensione splendira. Il disco, ahimé, mi piace ma non mi ha mai catturato del tutto (limite mio, me ne rendo conto, ma non posso farci molto). Rimane naturalmente un'opera di prim'ordine, ci mancherebbe altro.

Cas (ha votato 9,5 questo disco) alle 20:52 del 12 luglio 2014 ha scritto:

un "mostro" leggero, un gigante buono. mi ha sempre colpito la "leggerezza" degli svolgimenti anche più arditi. un disco pazzesco (e recensione davvero davvero notevole).

Utente non più registrato alle 21:24 del 12 luglio 2014 ha scritto:

Fantastico disco di uno dei miei gruppi preferiti in assoluto.

nebraska82 (ha votato 9,5 questo disco) alle 23:31 del 15 luglio 2014 ha scritto:

tra i vertici del prog tutto, recensione perfetta. "golf girl" da favola.

Utente non più registrato alle 15:00 del 31 luglio 2014 ha scritto:

...malgrado il loro suono tendenzialmente "morbido" su nine feet underground, così come su for Richard, da If I Could..., i Caravan sfoderano un fenomenale riff "oscuro" (senza per questo evocare sabba e messe nere...), ma sincopi e controtempi evitano che sia troppo quadrato, come sarebbe stato per altre band rock...

swansong (ha votato 9,5 questo disco) alle 19:03 del primo agosto 2014 ha scritto:

Ma, scusate, non esisteva già una recensione del capolavoro in questione? Beh comunque questa si fa preferire di gran lunga. Ottimo lavoro Federico! Vabbè..non sto a ripetere quanto postato in commento alla precedente, dico solo che quello in questione è, forse, l'album della c.d. "Canterbury scene" che amo di più e che i Caravan, assieme ai Camel (due gruppi che tendo ad associare in termini di creatività, affinità ed assonanza, se non altro per la comune presenza "sinclair-eriana"), sono fra i gruppi prog rock dei 70 che preferisco in assoluto. Buon prog a tutti!

Utente non più registrato alle 14:27 del 12 maggio 2015 ha scritto:

30 maggio 2015 Teatro Astra, Schio (VI)

1 giugno 2015 Teatro Kennedy, Fasano (BR)

Pye Hastings vocals & guitar

Geoffrey Richardson violin, guitar

Jan Schelhaas keyboards

Jim Leverton bass

Mark Walker drums