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R Recensione

7/10

Discipline

To Shatter All Accord

I Discipline per molto tempo sono rimasti prigionieri del proprio passato, dell'impegnativo, costante confronto con quel "Unfolded Like Staircases" del 1997, considerato da molti, sia appartenenti alle sfere del prog, sia a quelle dell'alt-rock, uno dei più importanti album del suo decennio (l'invito a riscoprirlo è d'obbligo).

 

Da allora solo qualche live e prove soliste che non sono riuscite a spostare le attenzioni da quel successore che tardava ad arrivare. Il revival progressivo che oggi è il vanto di parecchi artisti ex-indie del nostro presente, raccogliendo pieni consensi (Mars Volta, Opeth, Steven Wilson sono solo gli esempi più a portata di mano), nei 90s, ossia nell'era della tabula rasa del grunge, in cui venne dichiarata guerra agli orpelli e all'ampollosità, l'appartenenza dichiarata o meno al Progressive era considerata un'onta imperdonabile. Chi aveva una ventina d'anni all'epoca lo ricorderà.

 

Ecco i Discipline furono uno strano ibrido, che prese forma e sostanza con quel grezzo "Push & Profit" (1993) che non permetteva di capire in pieno il loro estro: certamente il fuoco divoratore dell'ispirazione degli Statunitensi divampa dall'altoforno dei Van Der Graaf Generator, ma è anche rinvenibile una componente che deriva dal Seattle sound (in particolare Pearl Jam e Alice In Chains) che ai fronzoli di produzione predilesse un suono più ruvido e verace, denudato di ogni romanticismo. Questa fiammeggiante commistione accende le complesse strutture compositive dei Discipline, convogliando in esse altre entità musicali come i Jethro Tull più hard-prog (liberati però da ogni “flautismo”), i Deep Purple dei primi Seventies e, nei momenti più intricati, i King Crimson annate '73/'74.

 

La chitarra di Jon Preston Bouda (in bilico fra Martin Barre, Jimmy Page, Jimi Hendrix e Mike McCready), raramente si abbandona a lirici assoli, rimanendo prevalentemente cattiva e aspra, hard, mentre le tastiere (ad opera del leader, cantante e compositore Matthew Parmenter) dal poderoso impatto analogico, molto "organico", con dentro tanto l’anima di Hugh Banton (VDGG) quanto quella di Jon Lord (Deep Purple), non (si) disperdono in lunghi virtuosismi, dando piuttosto vita e respiro a questo singolare golem sonoro. La voce di Matthew Parmenter ricalca le timbriche di Peter Hammill, nei suoi vertiginosi furori drammatici, dolorosi, espiatori, teatrali. La maggior parte dei pezzi confluiti in questo "To Shatter All Accord"abbracciano, compositivamente, un lasso temporale piuttosto ampio; nonostante ciò, rispetto alle versioni live che li hanno preceduti anche di molti anni, i brani non risultano neppure grandemente variati. L’inizio di Circuitry, ha il suo incipit in un riff di chitarra hard-blues subito supportato da un magniloquente organo, in cui la voce di Parmenter mette in atto il suo teatro di dolore e resurrezione, e la sezione ritmica con precisione ma senza eccedere in tecnicismi e in “pulizia”, definisce le sue articolate architetture.

 

Ecco il manifesto della formazione di Detroit: raffinato artigianato rock-prog (non prog-rock). La robusta When The Walls Are Down è un brano ispirato e coinvolgente, anche se pregno di riferimenti al precedente materiale dei Discipline: ma il conclusivo turbinio di chitarre può esaltare e dare assuefazione. Il marchio del Generatore è particolarmente impresso in Rogue e in When She Dreams She Dreams In Red (risalente, insieme a Circuitry e a When The Walls Are Down, al 1995). When She Dreams… è un inquieto e introspettivo scrutare nei meandri dell'anima: lenta e cadenzata, ad ogni giro accresce di densità e pathos fino ad un finale che davvero si strugge in panorami color cremisi, aprendosi ad un lungo assolo di violino. Ma veniamo a Rogue: ventiquattro minuti di catarsi “vandergraaffiante”.

 

Si rivela dapprima ingannevolmente con un breve intro di chitarra acustica per dischiudersi subito all'ipnosi elettrica; ad un certo punto oltre alla concreta sensazione di ascoltare un inedito da "Pawn Hearts", subentrano violenti assalti che invece paiono arrivare da una Fracture spazio-temporale di Crimsoniana memoria. Ma in generale i minuti scorrono senza neppure accorgersene e se, fra una sosta e una veemente accelerazione, c'è anche qualche lungaggine di troppo, questa non costituisce un grosso problema per chi con i tempi lunghi (come con i tempi dispari) ci è cresciuto. Ho personalmente apprezzato Dead City, il brano più contenuto dell’album (5 minuti appena...): sicuramente più “libera” dall’abbondante materiale progressivo che la circonda e sorretta da un songwriting efficacissimo, elaborata senza opprimere la coesa linea melodica.

 

Credo che arrivati a questo punto una idea su che disco sia “To Shatter All Accord” ve la siate fatta. Sono certo che le persone che all'interno del proprio bagaglio culturale abbiano alcuni fra i riferimenti che ho disseminato, troveranno motivo di grande godimento da un album siffatto. La valutazione generale risente tuttavia della constatazione che siamo pur sempre nel 2011 (quasi 2012), e che non possiamo ignorare quanto nel frattempo è successo in musica, dagli Anni '70 ad oggi. Come non possiamo ignorare il fatto che viviamo in un periodo stranissimo in cui giovani musicisti che si fanno crescere barbe e capelli, uniformandosi musicalmente ed esteticamente agli stilemi dei ’70 (non parlo solo di prog, ma anche del revival del West Coast Sound, ad esempio), riscuotono voti altissimi e consensi unanimi di altrettanto giovani ascoltatori che così sentono di provare "brividi alternativi”. Di andirivieni come questi la Storia della Musica ne è piena. Abbeverarsi alla fonte è sempre la scelta più sensata e l'unico antidoto funzionante.

 

Nel caso dei Discpline, mi sento di dire costituiscono una perfetta strada media fra i Gloriosi Anni Settanta e il nostro presente e che come musicisti hanno l'età giusta per rendersi conto delle conseguenze del loro approccio e l'onestà intellettuale di non percorrere certe scelte per ingraziarsi imberbi appassionati di rievocazione storica. E che, porca miseria, quest’album è maledettamente e desuetamente sfavillante. Quanto vorrei non ridurre il mio parere su di esso ad un voto…

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