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R Recensione

7/10

Earthlimb

Origin

Gli Earthlimb costituiscono una anomalia nella scuderia della Golden Antenna: la label tedesca, all'interno del proprio catalogo, ha dimostrato una evidente e ricorrente propensione per il post-rock, pur sapendo mantenersi alla larga da rigidi inquadramenti. Ma il suono degli Earthlimb è davvero off-the-map rispetto alle coordinate geografiche di chi gli ha pubblicato questo fenomenale album di esordio: qui ritroviamo in pieno la linfa vitale di quel progressive desideroso di guardare oltre la forma e la maniera che negli Anni '90 aveva trovato residenza stabile in Svezia (specialmente attraverso gruppi come Anekdoten, Landberk e Paatos), lontano dalle synthetiche ipotesi del new-prog inglese. Questo background si fonde con incursioni nell'hard-rock (e solo occasionalmente nel prog-metal) e con una non usuale capacità di descrivere panorami sonori lussureggianti, dipingendoli con veementi e veloci pennellate al modo dei Macchiaioli, senza mai cedere ad una tecnica fine a se stessa. Con i piedi ben saldi a terra, posso dire che raramente quest'anno ho ascoltato brani del calibro di Oceans Of Astate, ovvero otto minuti di sublimazione di ognuno di quegli elementi fondanti della restaurazione progressive attuata nei Nineties: qui convergono dunque le soniche deflagrazioni degli Oceansize, le enfatiche melodie alla Anathema, le brumose evaporazioni alla Anekedoten, le essudazioni psichedeliche dei Porcupine Tree (e più precisamente dello Steven Wilson solista: l'arpeggio iniziale ricorda Harmony Korine su "Insurgentes"). Hiding, poderosa e delicata alla stesso tempo, Virtues, che innesta intensi arpeggi post-rock e rapidi fraseggi di piano in un tessuto nervosamente elettronico, e The Red Tide, sospesa in un inquieto incanto, sono invece in grado di catturare quella precisa emozione che gli Anathema rincorrono, riuscendo ad agguantarla secondo le modalità di quel capolavoro di “A Natural Disaster” e forse in modo più verace rispetto a quanto agli inglesi è riuscito di fare con il loro ultimo album in studio. Il ricorso all'elettronica per i trattamenti di voce, percussioni e chitarre consente la genesi di una perla – nata sotto l’influenza dei Radiohead – come Bloom Of Light, che dimostra come la band abbia ottime capacità compositive anche quando deve esprimersi sulla breve distanza (tre minuti e venti). Lo strumentale Pulsar, epico e dalla ritmica elaboratissima, fonde una chitarra dal sapore Frippiano a trascendenze siderali. La chiusura di Waves  fa invece proprie le istanze di gruppi come Isis e Long Distance Callling e a frangenti decisamente dall’impatto post-metal sa alternare momenti di rarefatta suggestione.

Il fulcro della formazione tedesca è Patrick Hagmann (già Fear My Thoughts e Pigeon Toe) che praticamente suona ogni strumento, a parte la batteria lasciata alle abili cure delle dinamiche membra di Norman Lonhard (anche nei Triptykon e nei Pigeon Toe): la voce è invece quella potente ed evocativa di Alex Bleiziffer. Gli Earthlimb sono la classica band per la quale 2 più 2 fa 5: dunque la sommatoria delle mie parole non sarà sufficiente a far decantare il reale valore di un album che promette, specialmente a chi ha già sintonia con i nomi citati, lunghi e stimolanti ascolti seguiti sempre dalla voglia riavvolgere il nastro e ripartire da capo.

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