V Video

R Recensione

5/10

El Doom & The Born Electric

El Doom & The Born Electric

Che chitarre, ragazzi. Persi in un turbinio di foga hard e propulsione jam, Hedvig Mollestad e Brynjar Takle Ohr – con le loro sei corde in mano – fanno tutto ciò che vogliono, e anche di più: botte frontali di infinita rudezza espositiva, il blues che diviene cerbero dai mille occhi e dalle fiamme guizzanti, elaborati temi plastici stritolati sotto la perenne illusione di un 4/4 che trova sempre il tempo (d’uopo il calembour) di metamorfizzarsi in qualcos’altro, Jimi Hendrix sotto acido e formalina, il Kim Thayil dei tempi migliori che sottrae le quinte e le ottave per adagiarsi su minori e dissonanze, Jimmy Page annichilito dalla gelida poliritmia matematica di Robert Fripp, i Tool che sintetizzano il furore maschio di “Undertow” e la cerebrale perfezione di “Lateralus” via fioriti arabeschi raddoppiati dall’Hammond (suonato da Ståle Storløkken, lo stesso dei Supersilent e dell’ultimo doppio dei Motorpsycho), le melodie sanguigne della pentatonica su cui spirano le bufere scandinave, i rinculi jazz che si sovrappongono a tunnel acustici ed esplodono, con la forza di bombe, fuori da imponenti distorsori valvolari. E che voce, ragazzi: pomposa, sacrale, teatrale, cadenzata, impuntata su un lotto di melodie ormai consunte. Ole Petter Andreassen fa di tutto per farsi odiare, peraltro riuscendoci, e riesce da solo a trascinare le già autonome canzoni di “El Doom & The Born Electric” in uno strapiombo di genuina sovrabbondanza, di innata pesantezza.

Passano così cinquantatrè minuti – non pochi – lacerati in lungo ed in largo da una dicotomia che è puro, autentico scontro frontale. Perché non fare un disco strumentale? La materia, non certo innovativa ma pur sempre di buona qualità, c’era: la tecnica espositiva dell’accumulo, vizio irreprensibile dei guitar hero, avrebbe funzionato non solo sui patiti della divagazione a briglia sciolta (sfrigola ancora sul lettore, nonostante tutto, “The Local Fuzz” degli Atomic Bitchwax). Ed invece no: El Doom & The Born Electric è il Real Madrid dell’hard-prog norvegese, indeciso se farsi pastoso ed armonico insieme, o contrastante, coatta unione di stelle autosufficienti. L’unico sconfitto è l’ascolto, incapace di tenere testa ad uno strapotere di inutili lustrini, che anela un irreale rifugio nelle lunghe, tortuose anse non cantate qua e là affioranti dall’immenso corpo principale. Il riff principale di “Fire Don’t Know” è una sventagliata di potenza e concretezza mirabili: per non passare sotto l’etichetta di Bat Out Of Hell Vol. Something, tuttavia, serve una mirabile virata conclusiva di miasmatico prog settantiano, oscuro e raffinato, roba che una volta gli Opeth scrivevano ad occhi chiusi. Cantano ancora le chitarre, flamenco e meridionalismi estesi in una “It’s Electric” orribilmente scorciata in coda, e la sezione ritmica di “Subtle As A Shithouse” si unisce in un rotolare maligno, una chiusura a riccio verso contorte cannonate heavy in controtempo, ghignanti parodie dello Springsteen più sguaiato di sempre. Voce a parte, non male. E quando iniziano a mancare anche le melodie? Nascono blocchi centrali come “With Full Force” (rock strappalacrime da stadio), “The Hook” (illusorio attacco tooliano, per il resto un senile Alice Cooper in un mare di fuzz e di romanticismo passatista) e “The Lights” (biglietto di sola andata per la conclusiva deriva sentimentalistica, arrostita da banali assoli in accelerazione).

Arrivati alla fine, quando un’interminabile “Red Flag” si anima finalmente di energia centrifuga, accostando ruvidi blocchi funk a florilegi di scordature e dissonanze, non si può far altro che appuntare l’inatteso cambio di marcia sotto la polposa colonna delle occasioni sprecate. Troppo poco per stupire.

V Voti

Nessuno ha ancora votato questo disco. Fallo tu per primo!

C Commenti

Non c'è ancora nessun commento. Scrivi tu il primo!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.