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R Recensione

8/10

IQ

Tales From The Lush Attic (2013 Remix)

Il 1983 fu un anno davvero significativo per il movimento inglese di restaurazione del Progressive.

Nonostante i “padri fondatori” fossero stati mandati in pensione anticipata nel 1978 (anche se qualcuno ha ben saputo cavalcare l’onda del synth-pop-rock, perdurando oltre il tempo consentito), alcuni giovanissimi musicisti ancora infervorati dal fuoco antico – anzi neppure così antico all’epoca – imbracciarono gli strumenti per dare continuità alla musica che aveva popolato i loro sogni adolescenziali.  Nati dalle ceneri dei The Lens, gli IQ presero le mosse nel 1982 quando i poco più che ventenni Mike Holmes (chitarre), Martin Orford (tastiere), Peter Nicholls (voce), Peter Cook (batteria), Tim Esau (basso) coronarono il sogno di registrare i loro primi pezzi in una cassetta dal titolo “Nine Stories Into Eight” e di dischiudere le porte del proprio piccolo mondo ad una Inghilterra assetata di ben altre proposte sonore e poco propensa a guardare al passato appena dietro le spalle.

Nonostante lo scarso successo i cinque non demorsero, suonando assiduamente in piccoli club, ma anche in luoghi mitici come il Marquee, mettendo a punto nuove composizioni di volta in volta testate sul palco. Dal 2 al 5 Agosto 1983, la band si rinchiude in sala di incisione (con un modestissimo budget  disposizione) in compagnia dell’ingegnere del suono Mel Simpson, per la verità non troppo coinvolto nella proposta dei cinque entusiasti musicisti: in un solo giorno il disco viene mixato, tra imprevisti di ogni tipo e corse all’ultimo secondo per risolverli.

Il 15 settembre gli IQ debuttano con “Tales From The Lush Attic”, qualche mese dopo i Marillion di “Script For A Jester’s Tears” (pubblicato su EMI,  l’album si gloriò di un settimo posto nella classifica UK, permanendovi per 31 settimane): l’esordio di Nicholls & soci non poteva nascere sotto una stella più adombrata. Mentre il gruppo capitanato da Fish poté beneficiare di un contesto professionale sotto tutti i punti di vista (addirittura un video ufficiale), gli IQ si affidarono ad una autoproduzione mascherata da uscita su label (“Major Record Company” il nome di finzione scelto). A dispetto di ciò non  mancò di raggiungere i negozi specializzati, conquistando il cuore di quanti si erano già esaltati con il disco dei Marillion. In quegli anni a condividere la scena c’erano anche i Pendragon, i Pallas e gli interessantissimi Twelfth Night (i più intrisi di New Wave): il movimento “new prog” aveva preso il via. Da allora non ha smesso di collezionare critiche – il termine stesso è usato in senso dispregiativo – sia da parte degli adoratori del Progressive dei ’70s, sia da chi ha impostato la propria ricerca musicale a partire dall’Anno Zero contrassegnato dall’abbattimento dei vecchi dinosauri. Indubbiamente le band “new prog” si sono espresse con modalità semplificate rispetto ai venerabili maestri che li hanno preceduti di 10-15 anni: non troverete traccia di riferimenti a King Crimson, Gentle Giant, Soft Machine, Henry Cow. Ad essere perseguite sono le traiettorie tastieristiche di Tony Banks, i lirismi chitarristici di Andrew Latimer, David Gilmour e Steve Hackett, e – principalmente – l’impostazione vocale dall’impianto teatrale di Peter Gabriel coniugata alla drammatica esecuzione di Peter Hammill (sebbene Nicholls di certo non può contare sulla stessa estensione timbrica). E’ principalmente quest’ultimo elemento a rimarcare eccessivamente l’impronta Genesisiana, distraendo l’ascoltatore da quelli che sono le reali strutture musicali.

 

The Last Human Gateway accoglie gli ascoltatori di "Tales From The Lush Attic" introducendoli in un mondo labirintico richiamandoli dapprima in modo suadente e delicato e poi immettendoli su un binario che scende vertiginosamente verso le viscere della psiche umana, accelerando i tempi, irrobustendo i riff e manifestando, in un tripudio di tastiere, le evocative e tenebrose visioni di una storia che svela "il cancello ultimo" che l'essere umano oltrepassa (in pratica la livella del Pricipe De Curtis). Ancora oggi una delle composizioni più amate sia da chi degli IQ si è innamorato in quegli giorni ormai distanti 30 anni, sia da chi li ha scoperti molto dopo. Il motivo risiede nella capacità del pezzo di racchiudere integralmente in sé i piani prospettici della cattedrale sonora nella quale gli IQ avrebbero avuto luogo i futuri riti sacri del loro culto sotterraneo. Dunque, sotto molti aspetti, un pezzo che vale una carriera. Gli IQ dimostrano subito la loro bravura nello scrivere una suite (di 20 minuti), gestendo perfettamente i tempi, le riprese dei temi, la tensione emotiva, i contrasti timbrici fra introspezione ed epicità.

Segue Through The Corridors che, nell’economia dell’album, è l’unico pezzo ad avere la pretesa di divenire un singolo. Ma diviene solo un intermezzo energico e comunicativo, con funzione di anticlimax, in mezzo a pezzi di cotanto peso e durata.

Awake And Nervous è un vero "inno nazionale" per il popolo new-prog tutto, capace di riassumere gli impeti, le ideologie, gli scenari di un genere che pur nascendo senza troppe speranze e senza troppa inclinazione per l'iconoclastia, aveva dalla sua la voglia di esprimere con irruenza, ingenuità (quella dei ventenni), orgoglio per l'appartenenza ad una "differente Inghilterra" rispetto a quella dei primi '80s e a ciò che questa terra ha rappresentato. Il brano procede a sobbalzi, veloce, tumultuoso, con frangenti di grande enfasi.

The Enemy Smacks (introdotta dal virtuoso interludio pianistico di My Baby Treats Me Right 'Cos I'm A Hard Lovin' Man All Night Long) è un altro esempio di come le coreografie degli IQ sappiano essere sempre intensamente pregnanti: una "trasfigurata" vicenda di dipendenza da droghe, che narra la notte oscura di un uomo le cui due nature - quella in grado di perseguire la luce e quella intrisa di buio - sono avvinghiate fra loro in un corpo a corpo teso a stabilire il predominio. Sul palco la mimica e il travestimento di Nicholls (che si dimena, solenne, indossando una tunica nera e una maschera bianca), rimandano all’immaginario più tipico del prog, incarnandolo alla perfezione anche in un momento storico nel quale forse non se ne sentiva più il bisogno. Ogni passaggio di questo lungo brano ha ormai assunto le sembianze del "classico",  anche se in verità racchiude molte scintille di novità, come le punkoidi e lancinanti incursioni soniche tese a sottolineare il canovaccio della follia. Il conclusivo, liberatorio urlo finale "io posso ancora vedere di notte" è, allora come oggi, da pelle d'oca.

 

“Here comes the enemy, the beast in me,

Alive a little more,

On my hard shoulder,

The warning goes deeper than before.

I still got second sight,

I still can see at night”

 

Drammaturgia vocale, synth in vece dei vecchi hammond e moog, chitarre sia dalle propensioni ora liquide ora dalla faccia aggressiva, ritmiche sussultorie inclini a mutare spesso tempo (ma senza eccessivi tecnicismi, e anzi a dire il vero anche piuttosto asciutte): questi i marchi di fabbrica degli IQ. Il quintetto d'altronde non ha mai potuto contare sulle stesse doti strumentali possedute dalla maggior parte dei gruppi fondatori del Progressive inglese: perciò ha dovuto puntare tutto su altre abilità, avendo tra i propri obiettivi la costruzione di edifici sonici dall'architettura comunque complessa. Sono le dinamiche dell'interplay il vero punto di forza della compagine inglese: tutta la strategia sonora è pianificata con il cronometro in mano per scandire le metamorfosi emozionali plasmate nei lunghi brani. In questo sono, oggi come trent'anni fa, degli autentici maestri prendendo d'assedio i sensi a ogni repentino cambio cromatico, gestendo ogni transizione dall'ombra alla luce (e viceversa) con scenica scienza.

Gli IQ ritorneranno ricorrentemente su questi "topoi": cercando riferimenti musicali mi è sempre piaciuto mescolare i nomi di Genesis (in particolar modo quelli "The Lamb Lies Down On Broadway"), Camel, e Magazine (c'è infatti più di un semplice parallelismo con la band di Howard Devoto). Qualche intuizione a là Rush emerge quando i ritmi e i riff si fanno più serrati. Al di là della struttura dei pezzi, forzare l'intera proposta degli IQ dentro le "forme antiche" è una azione non esente da rischi e da imprecisioni.

La qualità non eccelsa della produzione del 1983 viene compensata dalla resa odierna, frutto del meticoloso lavoro di restauro operato di Mike Holmes. La ricerca dei nastri originali ha costituito la fase iniziale di un processo che si è da subito rivelato difficoltosissimo. Una volta rinvenute le bobine (in pessime condizioni di conservazione) è stato adottato un trattamento chimico a basse temperature che ha permesso la rimozione di impurità e di sanare lo stato di deterioramento. Il problema successivo è stato costituito dal fattore tempo: infatti una volta "curati" in modo così invasivo, i nastri sarebbero divenuti illeggibili nell’arco di circa trenta giorni. Alla fine, tuttavia, Holmes ha ottenuto 24 tracce audio, dalle quali ricostruire il disco, mantenendosi il più fedele possibile all’originale. Sono emerse inedite take vocali e d tastiere che all’epoca sembravano essere andate perse (addirittura non vennero ritrovate il giorno del missaggio definitivo!), come anche una importante una registrazione microfonica della batteria. Corretti alcuni errori di timing ben udibili nel mix di trent’anni fa, oggi “Tales From The Lush Attic” suona come un album nuovo, sebbene nulla sia stato di fatto risuonato (a parte l’outtake Wintertell per la quale la formazione è nuovamente entrata in studio), anche se la tentazione in tal senso è stata davvero forte.

La bella confezione include, oltre ad un nutrito booklet pieno dei racconti dei protagonisti, anche un DVD che contiene moltissimo materiale audio aggiuntivo (tratto dalle session di registrazione, nonché il mix 1983 del lavoro e l’intero contenuto della cassetta “Seven Stories Into Eight”) e l'intera esecuzione live di “Tales…” - con la sola esclusione della breve My Baby Treats Me... - del 23 Ottobre 2011 al Boerderij di Zoetermeer in Olanda: ancora oggi gli IQ, sebbene ormai da diversi anni orfani Martin Orford (ritiratosi dal mondo musicale e ottimamente sostituito da Neil Durant), riescono con grinta e coinvolgimento ad essere artefici di performance carismatiche.

Ho sempre ravvisato negli IQ un senso di probità morale e stilistica che si estrinseca in un prog – ben conscio dei propri limiti per quanto riguarda l’innovazione – dinamico e ricco di spettri cromatici, attraverso il quale tutti i componenti che gli hanno dato vita si sono rapportati con caparbietà e umiltà. Il loro artigianato musicale ha percorso tutta la loro produzione in studio e ha saputo mostrare veridicità di spirito e una onestà intellettuale senza pari. Martin Orford una volta mi disse: “non potrai mai aspettarti che gli IQ rappresentino quello che hanno rappresentato gli Einsturzende Neubauten”! Nonostante ciò attraverso gli anni qualche scampolo di “modernizzazione” ha illuminato alcuni episodi della discografico della formazione inglese (la superba Red Dust Shadow presente su “Dark Matter, giusto per fare un esempio) o fra le affastellate pieghe del cupo “Subterranea” (molti dei loro seguaci considerano il concept album del 1997 il loro capolavoro assoluto).

Ma “Tales From The Lush Attic” è qualcosa di più di un manifesto di intenti: molte sue idee erano già pienamente collaudate e messe a fuoco. E nel mix offerto oggi tutto ciò appare incontrovertibilmente più evidente di tre decenni fa.

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Ci sono 3 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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moonwave99 alle 17:53 del 17 marzo 2013 ha scritto:

Vidi gli IQ per caso una sera a Londra, prima di vedere un [doppio] concerto dei GY!BE: magnifici.

Utente non più registrato alle 16:59 del 19 marzo 2013 ha scritto:

Pur con tutto il mio amore verso il prog, devo dire che a gruppi come IQ, Pendragon, Pallas ed altri, riconosco il merito di aver ri-acceso la passione per il genere, ma per quanto riguarda i risultati, sono, a mio parere, eccessivamente debitori dei Maestri ai quali si rifanno, senza particolare personalità.

Ma non c'è dubbio che preferisco ascoltare gruppi come questi, che quelli che spudoratamente scopiazzano altri generi e vengono considerati chisà chi...

PierPaolo (ha votato 6 questo disco) alle 21:58 del 22 gennaio 2014 ha scritto:

Il disco che meno mi interessa di loro, già col successivo il miglioramento a livello di consistenza compositiva fu netto. Rece pregnante ed interessante comunque.