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R Recensione

8/10

Johann Sebastian Punk

Phoney Music Entertainment

Quasi che non ci speravamo più. Stavamo per perdere le speranze, noi sparuti ma affezionatissimi fan, e ci stavamo per rassegnare all’eventualità di dover considerare “More Lovely And More Temperate”, debutto glam prog schizzato uscito nel 2014, come l’unica opera partorita dall’estro genialoide di Johann Sebastian Punk

E invece, a tre anni di distanza, Sebastian strikes back, con il suo bagaglio di teatralità ancora più esposto, stremato dalla lunga gestazione del disco forse (il materiale era già stato tutto composto nel 2015, ma le dinamiche produttive del nostro “magico” sottobosco indie non ne hanno resa possibile la pubblicazione fino ad oggi), ma di sicuro tutt’altro che vinto dalle vicissitudini.

Teatralità ancora più esposta, si diceva. All’apparenza, parrebbe non essere così, in fondo le canzoni del nuovo disco suonano ad un primo impatto sicuramente più “sobrie” e “quadrate” rispetto ai frenetici patchwork post moderni e parodisticamente retromaniaci del primo disco.

Ma, laddove l’afflato sopra le righe del debutto si poneva idealmente come uno schiaffo da sferrare a mano aperta al torpore di una musica indie senza più arte né passione, “Phoney Music Entertainment” è la voce della totale indifferenza vero le umane vicende del giullare di corte che ha trasceso sé stesso e la sua musica fasulla, per portarle ad un punto di non ritorno, ebbro fino al collasso di grazia estetica e, ancor più di prima, privo di compromessi.

Nell’attuare il diabolico piano, una parte primaria è stata sicuramente svolta dal significativo miglioramento della produzione, che tra spettrali riverberi e textures finemente tratteggiate, lascia respirare le composizioni in una maniera molto più naturale rispetto alle pur adorabili sghembrature lo-fi dell’esordio. La produzione è a cura dello stesso JSP, il quale, come un novello Mike Oldfield, ha suonato praticamente tutti gli strumenti che si ascoltano durante le nove tracce (batteria compresa!).

E sono proprio echi oldfieldiani quelli che affiorano nell’imponente tema fiatistico della traccia di apertura, “Mankind Blues”, per chi scrive anche vertice del disco: le strofe, con le loro oblique sequenze armoniche, sembrano quasi un mero pretesto per lasciare esplodere una sorta di jam canterburiana controllata che, sebbene timbricamente del tutto diversa, piena com’è di trombe ed archi, può ricordare, per intensità e capacità evocativa, lo stratosferico viaggio space rock degli ultimi tre minuti e mezzo di “I See You” degli Horrors.

Confession”, biglietto da visita del disco, è una delle canzoni più spiazzanti in scaletta, visto l’autore: strutturalmente lineare, basa tutta la sua forza su una melodia vocale estremamente riuscita e su un’atmosfera space folk per certi versi memore dei Camel di "Rain Dance" (si vola basso coi riferimenti, insomma), aggiornandola però ad un sentire psichedelico molto contemporaneo, grazie soprattutto al gran lavoro di effettistica operato sulle armonie vocali.

Phoney Music Entertainment” non parla però soltanto anni ’70: intanto la voce del nostro è sicuramente affine a certe ugole britpop, come Luke Haines degli Auteurs o Louis Elliot dei Rialto. E infatti, il pezzo più immediato del disco, “Tragedy”, è un bellissimo atto d’amore verso la musica inglese degli ultimi 20-25 anni: il riff d’apertura è un indie disco veramente degno delle pagine più ispirate dei Franz Ferdinand, il ritornello un’esplosione di brillantezza melodica a metà tra Pulp e appunto Rialto. “The Quintessential” poi viaggia vicino a certe cose dei Temples, nel suo mischiare strati di sintetizzatori e melodie da progressive romantico (più che sixties, come luogo comune porterebbe a pensare). Il gusto mai sopito per l’intarsio strumentale raffinato che sembra essersi perduto per strada nei decenni, porta il nostro Sebastian ad inserire a più riprese mini assoli di tastiere o divagazioni da musica classica anche in pezzi come questi due, che ci hanno fatto erroneamente credere incompatibili con un certo sentire “barocco”. Ma d’altronde la raffinatezza del materiale è individuabile in parecchi dettagli, come ad esempio il riff chitarristico alt-blues colonna portante di “Manifest Destiny”, che non si abbassa a grasse volgarità stoner ormai divenute prassi in simili campi, optando invece per un tono crunch che esalta tutta la naturale “tigna” della Fender Telecaster.

Dulcis in fundo, “Phoney Music Entertainment” non parla nemmeno soltanto inglese: in “Samba Da Segunda Feira”, la gemma più originale dell’operazione, la musica tradizionale e pop brasiliana viene mescolata a tensioni jazzistiche atonali, a dipingere un sinistro incubo di impressionismo surrealista, come quello che sembra venir tracciato nella copertina dell’album.

“Passatista”, “derivativo”, diranno i più di “Phoney Music Entertainment”. La suggestione che però io ho colto durante gli ascolti è quella di un’operazione dream pop, ma in cui il “dream” non è quello di Cocteau Twins o Slowdive: il sogno è quello di un pop-rock evolutosi in maniera profondamente diversa rispetto a come sono andate le cose. Un pop-rock che pur con la per molti versi salutare tempesta indie che l’ha colpito almeno tre decenni or sono, non abbia perso la capacità di essere ambizioso, e semplicemente meraviglioso, perennemente proteso alla ricerca di quella Bellezza estetica talmente spesso relegata nella sfera della mera preferenza soggettiva da aver perso quasi la sua rappresentanza nel rock contemporaneo. Ecco, la missione di Johann Sebastian Punk è quella di ricordarci come certi valori, nell’Arte, non possano mai essere messi in secondo piano.

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