Mars Volta
Noctourniquet
Ricordo ancora il loro fulminante esordio, De Loused in the comatorium, e le ardenti emozioni che quell’album riusciva a trasfondermi; i groove di Jon Theodore rispolveravano i 4/4 tronfi, gommosi e maledettamente geniali di Bonzo mentre la chitarra di Omar Rodriguez Lopez, animata da distorti fuzzy in pieno stile Hendrix, strideva tra sofferti benning e riff spaccaossa. Indimenticabile, poi, la voce di Cedric Bixler Zavala; fu amore al primo ascolto. Era angelica nelle melodie più eteree, dove raggiungeva vette canore all’apparenza insormontabili, e maledettamente nevrotica e stridula nei momenti più forsennati. Un timbro di quelli che ti penetra in corpo e pervade i tuoi sensi, riuscendo a materializzare le emozioni del cantante rendendole percepibili agli occhi dell’ascoltatore. Lo immaginavi digrignare i denti e sgranare quei suoi occhi adamantini, cerchiati da profonde occhiaie che tradiscono un passato segnato dagli eccessi.
Poi l’idillio si interrompe e come molti destini delle grandi rock band, quello dei Mars Volta è minato da numerose deflagrazioni. Cominciano i primi scazzi tra i componenti, prende il sopravvento una certa sicumera del duo Lopez - Zavala che trascina il gruppo in una rapida spirale di consunzione. Si inaugura una parabola incostante tra successi e mezzi fallimenti che li porta a licenziare album discontinui, a tratti geniali ma troppo spesso parodia dei loro stessi eccessi. I Mars Volta di Noctourniquet cercano di non impantanarsi in aride sabbie lisergiche, ambiscono ad una concretezza limpida che gli possa consentire di comunicare senza troppe intercessioni. Il licenziamento di Thomas Pridgen è il primo obiettivo funzionale al raggiungimento dello scopo; nonostante l’invidiabile arte percussiva, il suo approccio era troppo astratto, accecato da un egocentrismo che lo portava ad esagerare all’interno di un progetto dove “eccedenza” è già la parola d’ordine. Il testimone passa a Deantoni Parks, talentuoso batterista dal passato undergound, di quelli che si fanno le ossa nei locali da smanettoni free-jazz e banchettano con l’elettronica come automi umanizzati.
Il nuovo sviluppo rende il sound meno astrale ed incline a masturbazioni mentali, i synth diventano parte integrante nella composizione e l’approccio al brano è più estemporaneo, lasciando ampio respiro ad ogni musicista. Noctourniquet rappresenta uno step minimo ma essenziale, quel piccolo sforzo che ti toglie da una posizione scomoda per raggiungerne una adagiata. Una quadratura del cerchio che attinge da elementi peculiari dei Mars Volta (l’esoterismo come filo conduttore dei testi) e li amalgama con nuove sperimentazioni, che limitano l’uso della ferocia elettrica a favore di un sapiente utilizzo di vibrazioni elettroniche. Scoperchiare questo vaso di pandora sarà piacevole per carpire tutte le sfaccettature di un album che mostra la sua muscolatura tra declamazioni indie rock in puro stile Radiohead (Aegis), inaspettate soluzioni hard rock stoner (The Malkin Jewel), dolci liturgie dal retrogusto romantico (Empty Vessels Make The Loudest Sound) e brani che omaggiano l’imperituro passato hardcore, consumato tra le file degli At The Drive In ed ancora oggi indimenticato (Dyslexicon).
Un pizzico di stanchezza li assale ad un passo dal traguardo, nella collera schizofrenica di caotici pattern drum n bass (Molochwalker), che mostrano un nervo scoperto e mai suturato della band. Solo un ultimo folgorante scatto li conduce ad un traguardo annacquato di auto citazionismo (Zen and Two Naughts) ma pur sempre esornativo perché impregnato di arte, sudore e viscerali emozioni. Questi sono i nuovi Mars Volta, nessuna grande sorpresa che possa sconvolgere la classicità di una band affermata. Noctourniquet è la semplice ciliegina che guarnisce la torta o, se preferite, solo un’elegante raddrizzata alla mira; affinché non sia mai troppo precisa da colpire il centro ma neanche eccessivamente distante dall’obiettivo prefissato.
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