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R Recensione

5,5/10

Opeth

In Cauda Venenum

Sin dalla comparsa sulla scena di quel disastroso “Heritage” (2011) che avrebbe certificato il definitivo distacco degli Opeth dalle proprie radici death metal e l’inaugurazione di una nuova ed ammorbante stagione retro-prog, avevo colto un aspetto curioso e non esattamente edificante dell’intera vicenda: per quanto (la creatura di) Mikael Åkerfeldt aggiungesse, stratificasse, complicasse e rimescolasse le carte in tavola, le parole che venivano in mente per descrivere quel disco e i successivi che sarebbero venuti (“Pale Communion” nel 2014, “Sorceress” nel 2016) erano sempre meno e sempre le stesse. A cambiare era, semmai, la prospettiva critica su singoli aspetti secondari, la valutazione isolata di qualche episodio. Non un male di per sé, evidentemente: se non fosse che gli Opeth non erano e non sono né i Motörhead, né gli Slayer (giusto per citare due gruppi heavy per cui l’estrema fedeltà alla propria ricetta sonora è essa stessa la ricetta sonora) e che per i grandi classici della loro discografia, da “Morningrise” (1996) a “Ghost Reveries” (2005), ogni descrizione ed approccio ponderato sembravano inevitabilmente essere in debito di ossigeno, irrimediabilmente limitanti ed imprecisi rispetto all’immaginifica sostanza dell’oggetto giudicato. Un’inversione troppo radicale per essere casuale.

Il tredicesimo full lengthIn Cauda Venenum”, originariamente composto in svedese e poi sdoppiato in una versione anglofona più appetibile per il mercato internazionale, se anche sporadicamente sfugge alla mortifera stagnazione del predecessore “Sorceress” non riesce ad invertire la rotta, né a proporre qualcosa di veramente interessante. Il canovaccio, per lunghi tratti, si ripropone inalterato: la band sciorina i propri numeri in successione, si esibisce con sontuosa freddezza e confida nella passività dell’ascoltatore. Mistero e coinvolgimento emotivo sono due vocaboli che appartengono ormai ad un dizionario di un’altra epoca, ma qui, saltuariamente, il giochino di prestigio va a segno, principalmente grazie alla presenza di un paio di guizzi di buon livello: il dark prog tecnico e muscolare della prima metà di “Hjärtat Vet Vad Handen Gör / Heart In Hand”, brano incalzante anche se strasentito (e con una melensa chiusura acustica che, invece di riassorbire l’elettricità dello spettro, allunga inutilmente il brodo), una “Banemannen / The Garroter” che tenta la strada della canzone jazz-noir (intro per chitarra flamenco, spazzole vigilanti, clarinetti ed archi ad arricchire l’arrangiamento) aggrappandosi ad un riff pianistico che intinge Brubeck nell’horror folk e, volendo, anche apertura e chiusura dell’enfatica e modesta “Allting Tar Slut / All Things Will Pass” (sinistro carillon atonale la prima, malinconico arrivederci marillioniano la seconda).

Ma – e a questo punto non dovrebbe nemmeno più stupirci – è davvero tutto qui: e ringraziare di aver trovato qualcosa da salvare. Assai problematica, in particolare, la cronica incapacità da parte di Åkerfeldt di scrivere melodie che pareggino anche alla lontana incisività e complessità – il che, detto dell’autore di “Harvest”, “Windowpane” o “Isolation Years”, mette persino in imbarazzo. Un buco nell’acqua le ballate (“Minnets Yta / Lovelorn Crime” sembra il frutto di una sbronza triste di vecchie glorie street rock che abbiano ascoltato un disco dei Cressida), pacchiano il costante ricorso al contrappunto corale (scelta che appesantisce ulteriormente i brani dall’esecuzione già poco fluida, come le tremende ingessature operistiche che ingabbiano le alchemiche stille folk di “De Närmast Sörjande / Next Of Kin” o la snervante ricerca del controtempo perduto nel cervellotico assalto prog di “Charlatan”) e al limite del ridicolo alcuni azzardati accostamenti stilistici (il ritornello quasi epic di “Ingen Sanning Är Allas / Universal Truth” immediatamente stemperato in una lallazione fiabesca à la White Willow è persino autoparodistico, e il trionfo barocco che segue ancor più ingombrante).

Chi non si dovesse ancora rassegnare, a questo punto, si potrebbe legittimamente chiedere: ma cosa rimane di un disco degli Opeth, senza più animalesche artigliate metalliche né costruzioni melodiche della cui bellezza discettare per settimane? Copie carbone del Devin Townsend Project, senza il conforto di un adeguato costrutto di contorno (“Svekets Prins / Dignity”). C’è chi si accontenterà: non noi.

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luca.r 7/10

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