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R Recensione

10/10

Patti Smith

Horses

Siamo nel 1975: gli anni ’60 sono finiti da poco, si possono ancora vedere degli hippie per le strade, e gli ideali di pace e amore non sono ancora del tutto morti… D’altra parte però anche gli anni ’80 si fanno prossimi. Se da un lato i virtuosismi barocchi del progressive-rock non sono ancora cessati, dall’altra parte un certo country rock, ( vedi Neil Young) va per la maggiore, insieme agli ultimi residui di hard-rock.

Ma in mezzo a tutto questo si stava muovendo qualcosa di nuovo, qualcosa che avrebbe contribuito a rigenerare la musica, un suono che grazie agli Stooges, il cui ultimo album era uscito da due anni, si preparava a divenire dominante nel prossimo futuro.

Horses rappresenta in questo contesto un vero e proprio spartiacque tra il nuovo ed il “vecchio”: pur reinterpretando l’elemento già consolidato delle figure maledette del rock (Morrison, Hendrix...), questo è il preludio sensazionale di ben due nuovi generi, il punk, per quanto riguarda il timbro vocale roco e l'interpretazione aggressiva, e la new wave, per ciò che concerne il suono. Horses è stata un’intuizione decisiva, che ha permesso alla musica di scrollarsi di dosso il passato e di poter fluire verso il futuro.

Il pianoforte sommesso di Richard Sohl (ancora nulla di rivoluzionario) apre la prima traccia, Gloria, una cover dei Them, già ripresa anni prima da Jim Morrison. Ma ecco che la voce di Patti Smith irrompe roca, trascinata: sicuramente non sono qui Grace Slick o Janis Joplin i suoi punti di riferimento…si tratta di qualcosa di nuovo, è una voce punk! La chitarra ora compone un motivo che potremmo definire “sixties”, ma presto il ritmo aumenta di velocità, facendosi sempre più trascinante. La velocità aumenta ancora, dando il via a quel ritmo scomposto e frenetico che sarà tanto caro alla nascente new wave. Si tratta di rock’n’roll, certo, ma come già detto è l’interpretazione a cambiare: più violenza, più velocità…punk-wave? Sicuramente Gloria è un inno all’innovazione, impossibile non rimanerne folgorati!

Segue a nastro un altro pezzo sensazionale, Redondo Beach, un reggae rock il cui ritmo allegro e spensierato nasconde un testo tutt’altro che solare: si parla infatti di un suicidio. La desolazione e la cupezza dei testi della Smith sono un’altra caratteristica che sarà comunemente accettata dai wavers che verranno.

Ecco che Birdland, una suite di piano, voce e chitarra, dal testo nuovamente poco solare, aggiunge a tutto ciò che abbiamo finora sentito quelle qualità poetiche che Patti Smith sa padroneggiare alla perfezione. Decisamente toccante il piano, e veramente apprezzabile la voce della cantante, che si allontana dal timbro roco precedente, alternando parti recitate ad altre cantate con enfasi lirica. La chitarra rimane in secondo piano, pur essendo di fondamentale importanza per la costruzione del brano: ma è soprattutto la bellissima voce di Patti Smith ad essere al centro dell’attenzione. Il pezzo si fa sempre più estremo e sperimentale, tra accordi di piano impazziti ed accordi di chitarra distorti e abrasivi che rendono questi dieci minuti di ascolto davvero intensi.

È sempre un piano ad introdurre la quarta traccia, Free Money, sorretto da un solido giro di basso. Ma le chitarre sopraggiungono per dar vita ad un pezzo rock di grande presa. Gli accordi si fanno ancora una volta velocissimi, la voce rimescola punk e lirismo, il tutto per un sound pienamente new-wave.

Kimberly, con le sue linee melodiche, costituisce ancora un manifesto della musica a venire: un basso deciso sorregge il tutto, accordi di chitarra e tastiere ci fanno dondolare la testa, e la batteria, con il suo battito regolare, segna il tempo con precisione.

Break It Up è una bellissima ballata, dove spiccano gli accordi cristallini di chitarra dell’ospite Tom Verlaine, che ritroveremo in Marquee Moon dei Television nel 1977, e un grande Ivan Kral con i suoi giri di basso fantasiosi e precisi.

Ecco che però arriva il capolavoro dell’intero album, Land, suite divisa in tre parti: Horses, Land Of A Thousand Dances e La Mer(De).

Il primo momento vede la voce della Smith lanciata in un crescendo in cui si inserisce presto la chitarra, che sfocierà poi nel pezzo rock più coinvolgente di Horses. Bisogna per forza muoversi quando il basso parte con la sua splendida espressività, impreziosito dall’immancabile pianoforte. “Go Rimbaud! Go Rimbaud!” urla Patti, invocando uno dei suoi idoli, che starà sicuramente sorridendole, ovunque sia. L’ultima parte della suite si addolcisce, portando la voce in primo piano a vagare tra i suoni degli strumenti in sottofondo, con alcuni energici ritorni di fiamma, che non ci fanno dimenticare la violenza di questa punk ante-litteram. Al nono minuto il basso esala i suoi ultimi respiri e ci lascia soli con voce e batteria, entrambe destinate a spegnersi per aprire Elegie, l’ultima traccia.

Basso e piano si intrecciano per dar vita ad un altro toccante pezzo, con la chitarra che ulula delicatamente in lontananza. La voce riesce ad essere nello stesso tempo una voce di altri tempi e qualcosa di innovativo, in particolare grazie al contesto particolare in cui si trova inserita.

Il disco si conclude così, con questo breve lamento, all’improvviso. Questi otto brani sono però sufficienti ad inaugurare un nuovo periodo musicale, da qui ad un paio di anni infatti niente sarà più come prima…

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Voto degli utenti: 8,7/10 in media su 27 voti.

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ozzy(d) (ha votato 9 questo disco) alle 8:45 del 2 luglio 2007 ha scritto:

Jesus died for somebody's sins but not mine...

album findamentale, lo spartiacque tra il classico rock e l'ondata punk-new wave. Lei poiè la poetessa rock per eccellenza, anche se da molti anni si è lasciata andare ad unasterile retorica..ma conme si fa a non ricordarla qui al suo apice?? Dal mantra blues "Birdland" agli spasmi scoppietanti di "free MOney": Patti e Rimbaud a braccetto nel bateau ivre.

Moon (ha votato 8 questo disco) alle 22:08 del 6 luglio 2007 ha scritto:

forse il migliore di Patti Smith

PierPaolo alle 16:46 del 7 aprile 2008 ha scritto:

Niente di personale, premetto

Dal punto di vista del talento musicale tengo per certo che Patti sia fra le più sovrastimate figure del ventesimo secolo. Eravamo in cinquantamila allo stadio di Bologna, tanti anni fa, a verificare "sul campo" che lei, il suo gruppo (dei veri somari) e la sua musica non erano proprio roba da megaconcerto. Molto più giusto un cinema e cinquecento fans affezionati, come target appropriato al personaggio e all'evento. Il ricordo di lei che imbraccia una chitarra imballatissima e, non sapendola suonare, non fa che abbrancare la leva del vibrato facendola ululare, distortissima, senza un perchè, ancora mi riempie di rabbia. Quest'album non è certo brutto, ma personalmente mi dà zero, quindi accetto il parere, dissentendone del tutto, di tutti quelli che parlano e scrivono mirabilie di tale opera.

simone coacci (ha votato 9 questo disco) alle 17:33 del 7 aprile 2008 ha scritto:

Mh, sottoscrivo l'intervento di Gully e, sebbene da una prospettiva leggermente diversa, anche quello di Pier Paolo. Nel senso che, più che l'imperizia strumentale (nel suo caso si tratta di un act concettuale intimamente poetico e performante che lascia più o meno intenzionalmente al caso tutto il resto, in pratica è come se dicesse: "'fanculo la tecnica quello che mi interessa è l'anima di chi sta suonando e non le sua qualità di musicista"), quello che mi lascia perplesso è la vuota e sterile retorica (come diceva sempre gulliver) con cui se ne è alimentato il culto (che era forse più giusto rimanesse tale, come sottolinea giustamente Pier Paolo) fino a trasformarsi in superficiale adorazione di massa (al contrario di altre personalità, fors'anche più eminenti della sua, baciate da un decimo del successo, così su due piedi mi vengono in mente Nico o Lydia Lunch, tanto per fare dei nomi).

Resta il fatto che i primi due album, oltre che stupendi (giudizio personale), furono seminali per lo sviluppo di quel maelmstrom che è l'indie rock dei due decenni successivi (dato obiettivo). Tagliando corto, ritengo il disco in questione un capolavoro, mosca bianca (insieme al successivo) di una produzione tanto scarna quanto mediocre (per i restanti). Il contributo del chitarrista/scrittore rock Lenny Kaye è in questo senso fondamentale. Partito lui, musicalmente andrà a rotta di collo.

Mr. Wave (ha votato 9 questo disco) alle 19:31 del 17 giugno 2008 ha scritto:

Fondamentale! ''Horses'' rappresentò il confine condiviso di due epoche e di due generi distinti;il punk e la (nascente all'epoca) new wave. Madrina della new wave è colei che diventerà in breve tempo la più nota "poetessa" del rock, cui le verrà assegnato il ruolo storico di apripista della nuova scena musicale che evolverà nella new wave. Complimenti per la recensione Matteo!

Totalblamblam (ha votato 9 questo disco) alle 13:40 del 18 dicembre 2008 ha scritto:

disco epocale

...quando dovete usarlo questo aggettivo non l'usate

però di patti preferisco radio ethiopia ( se avesse avuto quella cover questo disco avrebbe avuto più fortuna)

thin man (ha votato 9 questo disco) alle 4:28 del 9 febbraio 2009 ha scritto:

Sicuramente è il suo disco più importante, anche se non mi dispiacciono neanche i due successivi

bart (ha votato 7 questo disco) alle 12:19 del 13 aprile 2010 ha scritto:

Patti Smith fa parte di quella schiera di personaggi eccessivamente osannati da pubblico e critica. Il disco in questione è bello, ma non mi entusiasma più di tanto.

Franco (ha votato 8 questo disco) alle 16:58 del 13 aprile 2010 ha scritto:

Il primo grande album di un'ottima trilogia, Horses, Radio Ethiopia e Easter hanno davvero rappresentato al meglio la musica punk-new wave americana di quegli anni.

Liuk Pottis (ha votato 10 questo disco) alle 18:10 del 21 novembre 2010 ha scritto:

Capolavoro della poetessa del rock

dalvans (ha votato 7 questo disco) alle 16:10 del 23 settembre 2011 ha scritto:

Discreto

Mai entusiasmato

ThirdEye (ha votato 10 questo disco) alle 0:53 del 20 marzo 2012 ha scritto:

Un album bellissimo, viscerale, fa e disfà groppi in gola come fosse la cosa più semplice al mondo...Cazzo che album. Radio Ethiopia farà la doppietta l'anno dopo, altra mazzata, altro capolavoro assoluto a mio avviso. Poi, pero', a me, lei non ha preso più dopo quei meravigliosi primi due lavori..Non riuscirà mai più la Patti ad arrivare a tanto..Poi arriverà "Because The Night", Easter, e la magia, per i miei gusti, svanirà per sempre.