R Recensione

6/10

Chapter 24 & Philippe Petit

The Red Giant Meets the White Dwarf

La crisi dell’industria discografica ha causato un fenomeno solo all’apparenza paradossale: le produzioni discografiche, invece di diminuire, sempre più mortificate dalle infinite possibilità di fruire senza pagare, sono al contrario aumentate a dismisura! L’unica strategia elaborata per fare fronte alla crisi di vendite è stata, infatti, la moltiplicazione dei prodotti immessi sul mercato. Poche copie vendute, ma di un numero spropositato di nuove uscite: un minimo di guadagno sembra così ancora assicurato. Il fenomeno, infausto e delirante, è sempre più evidente, soprattutto in ambito underground, e non si riescono più a tenere in conto le numerose registrazioni estemporanee, quelle casalinghe della serie “buona la prima”, le infime “edizioni limitate” del primo cazzeggio pseudo artistico venuto fuori quasi per caso, per non dire delle improvvisazioni live tra sodali occasionali, quasi sempre puri esercizi di stile di nessuna rilevanza o interesse.

Ebbene, poste le premesse di cui sopra, mi sono avvicinato a questo “The Red Giant Meets the White Dwarf” con tutti i sospetti del caso, timoroso di trovarmi al cospetto di un classico esemplare ascrivibile all’ultima categoria di cui sopra. Si tratta, infatti, di una registrazione live delle improvvisazioni nate dalla collaborazione tra il gruppo greco Chapter 24 (la cui ragione sociale rende manifesta tutta la dedizione per certa psichedelia anni ’60 di barrettiana memoria) e di Philippe Petit, entrambi non proprio famosissimi, sebbene attivi da parecchio tempo (in occasione della registrazione di questo progetto entrambi hanno festeggiato addirittura i venticinque anni di attività). Sodalizio estemporaneo tra artisti a dir poco di nicchia, registrazione live, suoni improvvisati! Non manca davvero niente, tutto sembrerebbe portare ad un risultato artistico disastroso, ma per fortuna la musica non è un’equazione matematica e così, all’ascolto reiterato ed attento, i dubbi ed i preconcetti lasciano il posto alla sorpresa di trovarsi di fronte ad un lavoro, se non rivoluzionario o di imprescindibile interesse, certamente pienamente dignitoso nonché decisamente piacevole e riuscito.

L’incipit sembra quasi un outtake di “The Piper at the Gates of Dawn” (con le dovute proporzioni ed i distinguo qualitativi), psichedelia ormai storicizzata, quindi. Più avanti il modello di riferimento viene rinnovato ed arricchito, soprattutto grazie ad una suggestiva vena cinematografica, nonché ad un riuscito incrocio tra strumenti acustici, elettronica e field recordings, e il disco regge bene anche dopo molteplici ascolti. L’immaginario è quello dei viaggi interspaziali, degli immensi spazi siderali, delle fluorescenze celesti (ed anche i titoli dei brani non lesinano di indicarci la via prescelta: “Signals from a Dying Star”, “Ursa minor”, “Sunstroke”). L’atmosfera è morbida e rilassata, a tratti quasi malinconica. I suoni si insinuano melliflui e placidi, propendendo e predisponendo ad uno stato mentale di apertura per un quieto viaggio mentale.

Una buona colonna sonora per relax (ultra)terreni. Solo nel finale l’ispirazione mostra la corda, soprattutto nella conclusiva “Ursa minor”, ma complessivamente, questo progetto vale i suoi ascolti, ed è consigliato per gli amanti del genere.

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