Crippled Black Phoenix
I, Vigilante
La diceria che i supergruppi incidano, per forza di cose, superdischi, sebbene puntualmente smentita dai fatti, è davvero dura a morire. Siamo, però, d’accordo su un punto: qualità artistica o meno, un ritorno di superhype lo si ottiene comunque. Ovvero: copertine, interviste, tour celebrati in piccolo e in grande, attenzione dei media specializzati. Diteglielo, allora, ai Crippled Black Phoenix. Ex batterista degli Electric Wizard, e vabbè: bassista dei Mogwai, aggiungiamo un altro punto; produzione della Invada di Geoff Barrow, by Portishead, le certezze cominciano a vacillare; tre dischi all’attivo in appena tre anni, decine di generi messi al muro in un solo fluido movimento, i conti non tornano. Il pensiero è comune: chi diamine sono questi? Si fa, in effetti, fatica a comprendere per quale arcano motivo vi sia tutto questo livore e questa inspiegabile sottoesposizione verso un nocciolo di musicisti in continua evoluzione, arrivati ad una pirotecnica contingenza di densità estrema e sfumato taglio teatrale, tale da necessitare il ricorso alla definizione (suggerita, peraltro, dallo stesso collettivo) di endtime ballads: schiocchi dalla fine dei tempi, nenie isolazioniste, grandi numeri di psichedelia apocalitticamente proiettata verso un non-futuro.
“I, Vigilante”, tuttavia, apre finestre comunicative del tutto nuove e sembra, in più punti, il vagito inaugurale di una nuova fenice, anziché la continuazione ideale di quel percorso imboccato da “A Love Of Shared Disasters”. Il taglio generale del disco, per iniziare: rispetto all’eroismo imprendibile di “Night Raider”, o alla quieta desolazione del gemello “The Resurrectionists”, gemme capaci di innalzare un Moloch grossomodo floydiano alla trattazione epica del magma musicale, il quarto capitolo di una saga che speriamo si preannunci ancora lunga assume un cipiglio decisamente più compatto, heavy in molti passaggi. Un impatto che non tracima mai nel metal vero e proprio, ma si dirige preferenzialmente verso una manipolazione pressoché continua di certo hard rock piegato ai voleri di un dinamismo chitarristico mai così pronunciato, negli scarichi e nei rilasci. Un tempo lo avremmo chiamato, ingenuamente, post rock. Ora, invece, le sfumature si inerpicano a tal punto le une sulle altre che non risulta peccato, ad esempio, mescere l’atmosfera revivalistica dei Black Mountain nel contenitore a tenuta stagna della vibrazione gilmouriana. Sarà anche la dipartita di Dominic Aitchison, al basso, a favore di Chris Heilmann, già roadie di Alice Cooper, eppure un certo cambiamento di rotta si avverte: i Crippled Black Phoenix si fanno, per così dire, giustizia da soli.
Sono quarantacinque minuti, dunque, con in canna meritevoli cartucce e qualche sorpresa. A cominciare dal fondo. Dalla discutibile scelta di coverizzare “Of A Lifetime”, levigata ballata dei Journey, con voce femminile ed un imprinting spudoratamente debitore a “The Wall”, che plastifica un po’ troppo le potenzialità di una fra le più classiche melodie AOR degli anni ’70. Ma anche da quella di affiancarla ad una traccia nascosta come “Burning Bridges”, svolazzante folk, lustrato a festa ed ornato di violini, sulle tracce dei Listing Ship. Non che il gruppo non ci avesse abituato a ripetuti e decisi contrasti all’interno dei propri dischi, ma il risultato spiazza perché (volutamente?) eccessivo. È forse significativa la citazione latina riportata sul loro MySpace riguardo a “I, Vigilante”: Lupus Pilum Mutat, Non Mentem. Basta “Fantastic Justice”, infatti, per far riesplodere, da lontano, la passione per le endtime ballads: onirico incalzare degli archi, fanfare aggrappate a passi doppi di pianoforte come per l’ultima danza della loro vita, un Joe Volk sempre più leader e sempre più grunge che canta di abissi e leggende, sovrapposizione strumentale coronata in un finale palpitante, strappacuore.
Se, poi, siete tra i fan di primo pelo del gruppo, la notevole sostanza distribuita nel resto del filotto non potrà far altro che soddisfarvi. L’ideale ampliamento di “Bat Stack” è “Troublemaker” (approposito di provocazioni…), il suono riverberato della brughiera squarciata da nebbie doom, appena prima che la piramidale costruzione chitarristica cementifichi le proprie basi con collanti psych scagliati al massimo volume. “We Forgotten Who We Are” recupera, in parte, la struggente, nichilista dolcezza di “Crossing The Bar” ed il grattare di “444”, per imbastire un’ondivaga epopea che beccheggia, con lo spaesamento dei tempi moderni, tra Black Heart Procession, Sigur Rós, violoncelli che straziano come sei corde e sei corde allungate a formare violoncelli. “Bastogne Blues”, tributo ai soldati che combatterono e persero la vita durante una sanguinosa resistenza alle forze naziste sulle pendici delle Ardenne, nella Seconda Guerra Mondiale, spicca però, da subito, sopra a tutto: splendido melodramma d’altri tempi, strascicato per lunghi minuti da una recitazione melica e raggrumatosi in un finale di maestosa coralità, dove gli intagli di un mandolino spuntato fuori dal nulla celebrano una sontuosa litania di resurrezione folk.
Come sia riuscito il gruppo, dopo le due fatiche monstri dello scorso anno, a ripetersi a questi livelli, è un mistero più che dogmatico. Per quanto ci riguarda, è ancora un centro importante. Voi coglietelo, e non temete: non verrà a saperlo nessuno.
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