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R Recensione

6/10

Crippled Black Phoenix

No Sadness Or Farewell

Twilight and evening bell

And after that the dark!

And may there be no sadness of farewell

When I embark

 

Crossing The Bar, lord Alfred Tennyson

In un sottile gioco di richiami ed assonanze, i Crippled Black Phoenix hanno appresa, da ultima, l’arte dell’autocitazione. “Crossing The Bar” compariva già, con i suoi accordi acustici iterati nel vuoto e la sovrapposizione strumentale scheggiata di struggenti solitudini post rock, come una delle intuizioni più felici e sconvolgenti di “The Resurrectionists”, seconda delle due meravigliose enciclopedie neo-psichedeliche partorite, in congiunzione con l’ancor migliore “Night Raider”, nel 2009. Un’epoca fa. A nulla serve, truffaldinamente, cercare di riposizionare le lancette dell’orologio in quel preciso momento evolutivo, richiamarsi ad un passato recente già difficile da mettere compiutamente a fuoco. La fenice zoppa ora vola, e di un volo vermiglio, invincibile. Eroico. Anzi: magniloquente. Che è aggettivo, a ben ragionare, terribile, in grado di svilire le tensioni soprannaturali presenti nell’epos, per enfiare la componente celebrativa, vacua, performativa. Niente più navigatori in lotta coi marosi, guerrieri con armature lucenti, cuori spezzati nel claustrofobico buio solitario di una stanza. I Crippled Black Phoenix rinunciano ora a cantare di divine quadrelle, preferendo la tradizione all’evocazione, la solidità all’indeterminatezza. La banalità all’immaginazione.

No Sadness Or Farewell” veniva definito ad inizio giugno, dallo stesso collettivo (da poco rimasto orfano anche dello storico cantante Joe Volk, unico membro rimasto dell’originaria formazione, assieme al batterista Justin Greaves), come “This next product will take the form of a shorter mini-album.. but y'know how it goes, CBP "short" is not that short. ... Also, this recording will feature as yet unknown vocals...”. Il remake perfetto, in un dejà-vu contemporaneamente dejà-senti, delle sorti che riguardarono da vicino anche “I, Vigilante”, “mini” disco scritto a stretto giro di boa subito dopo il già citato monolite “Night Raider / The Resurrectionists” e pietra miliare della transizione, dalla forma ondivaga ed ossianica delle endtime ballads, verso un suono più corrugato, asprigno, psichedelico in accezione classica e tradizionale. Così “No Sadness Or Farewell” arriva ad appena otto mesi di distanza (ed un bel live a Poznan, catturato nel 2011, rilasciato nel mezzo) dal mostre doppio d’inizio anno, “(Mankind) The Crafty Ape”, consacrazione critica e popolare nell’olimpo del rock a tenuta stagna. Ben altro destino, rispetto a quanto si sarebbe potuto prospettare ai tempi di “A Love Of Shared Disasters”.

Crucciarsi per i Crippled Black Phoenix che furono, tuttavia, non ha più alcun senso, almeno alla luce della piega attuale, che impone altro giudizio ed altro trattamento. “No Sadness Or Farewell”, questa è la prima notizia di rilievo da ascrivere, rinuncia immediatamente, ed inusitatamente, a rinnovare, ad aprire nuove fasi. Se possibile, anzi, è definibile come il disco reazionario per eccellenza degli otto di Bristol. Le suite della prima metà marcano con convinzione l’innegabile ascendente gilmouriano che pesa, da qualche tempo a questa parte, sulla sezione chitarristica capitanata da Karl Demata, mano veloce ed abile quanto basta per far obliare, almeno ad un primo approccio, una sostanziale mancanza di profondità. Eppure nulla, in apparenza, sembra essere cambiato. I dodici minuti di “How We Rock” si schiudono a diverse interpretazioni, con il finale marziale ed ostinatamente impuntato al sovraccarico accumulativo di un solo bordone melodico a rovesciare il vecchiume stantio dell’apertura romantica à la Floyd, debolmente appaiata dal pianoforte: i dieci e mezzo di “What Have We Got To Lose?”, invece, si ergono vitrei a difendere un guscio sostanzialmente irrilevante di magma ambientale, su cui spadroneggia una voce femminile doppiata da riverberi fluttuanti di invidiabile staticità. Da perdere c’è, in breve, tutto.

Per le frange talebane di fan(atici) il discorso potrebbe concludersi qui, la band morire per sempre. Non possiamo fare a meno di provare, almeno per un istante, una sorta di empatia o, per dirla con l’inglese più grecizzato di sempre, sympathy. Ma chi giudica è moralmente vincolato a farlo a tutto tondo: ed ecco che, in definitiva, il bicchiere non è da vedersi ancora mezzo vuoto, perché la grana emozionale di cui sono fatti i sogni delle fenici non si è ancora disciolta interamente nel flusso incolore del manierismo. “Hold On (So Goodbye To All Of That)” traccheggia ancora per un tratto, consunta da un arrangiamento ovattato di dubbio gusto, incellophanato in un vestito fuori moda, ma riprende presto coraggio, lanciandosi sulla scia di una carola profana d’amore d’altri tempi che si denuda di ogni orpello strumentale rimanendo, di fatto, puro coro. “One Armed Boxer”, intermezzo dark simil-“Bat Stack” invero non così esaltante, trascina verso la delizia doom di “Jonestown Martin”, spezzata da riff di enorme potenza espressiva in una coda liturgica che si ferma, prende un profondo respiro e si lancia a capofitto in un disperato scatto noise, di pregevolezza ed emozionalità incontrovertibili (i Mogwai che glassano Tony Iommi, a farla breve). “Who will protect us from our protectors?” fa, infine, da tagline ai muscoli di “Long Live Independence”, dichiarazione politica old style, a tratti surreale se calata nel “nuovo” clima, per una marcia che dal folk apocalittico assorbe la sensorialità e dall’hard rock la struttura, sino a sfiorare la contorta complessità maledettistica di Maynard James Keenan, in un passaggio acustico a forte tinte tribali.

Potete anche scordarvi il whiff of the macabre: il viandante che si allontana, saccoccia in spalla, verso le voragini di una notte nera e vischiosa, è l’entusiasmo d’un tempo. Il passo falso, al netto dei buoni episodi, rimane “mini” solo esteriormente.

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Voto degli utenti: 6,5/10 in media su 4 voti.
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bonnell 5,5/10
swansong 6,5/10

C Commenti

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Metanoia70 (ha votato 7,5 questo disco) alle 10:15 del 7 novembre 2012 ha scritto:

Certo se ci si sofferma esclusivamente all'ascolto della traccia "hold on (so goodbye to all of that)", si può concordare con la recensione. Per il resto, è sufficente ascoltare con attenzione il brano di apertura "How we rock", a mio avviso tra i migliori della loro intera discografia, per capire di avere tra le mani un'altra gemma dei Crippled, altro che ".. vecchiume stantio ..." Mah ...

bonnell (ha votato 5,5 questo disco) alle 10:53 del 7 novembre 2012 ha scritto:

Concordo con il recensore, il loro disco "peggiore".

swansong (ha votato 6,5 questo disco) alle 15:56 del 14 aprile 2014 ha scritto:

Direi, piuttosto, il loro disco "meno bello". How we rock e Hold On..entrano di diritto fra le loro migliori canzoni e, per me, valgono abbondantemente il prezzo d'acquisto!

swansong (ha votato 6,5 questo disco) alle 12:17 del 7 novembre 2012 ha scritto:

Mi fa certo un po' male leggere la competente (come al solito) modulata, riflessiva, rece-delusione di Marco all'ascolto dei CBP..dopo tutto quanto di buono fatto sinora! Epperò...epperò...aspettando di assaporarlo per intero quando mi sarà arrivato (naturalmente l'ho ordinato a scatola chiusa!), devo dire che le canzoni postate qui sopra non mi dispiacciono affatto, anzi! Cmq so già che questo disco mi piacerà a prescindere..i Crippled (peccato la dipartita di Volk..) sono, a mio parere, assieme agli Anathema, il miglior gruppo rock attualmente sulla piazza e l'ultimo Mankind, con Weather Systems, girano ancora ininterrottamente sul mio lettore...lunga vita!

Utente non più registrato alle 13:51 del 7 novembre 2012 ha scritto:

Francamente bruttarello questo album, privo di idee e con pochi momenti decenti.

Non mi hanno mai convinto fino in fondo ed accrescono le perplessità già riscontrate sul precedente, troppo disomogeneo, diviso tra la matrice floydiana, riletta senza particolare personalità ed originalità, ed una sorta di hard-rock con inflessioni new-wave.

Anche e soprattutto di questo, mi "accontento" di una copia...preferisco investire sugli originali delle prossime imminenti uscite... sorry cbp

nebraska82 (ha votato 6,5 questo disco) alle 14:43 del 8 novembre 2012 ha scritto:

non male.

Utente non più registrato alle 14:16 del 15 novembre 2012 ha scritto:

Un paio di considerazioni del tutto personali, che prendono spunto dalle recensioni degli ultimi lavori dei Porcupine Tree e dei CBP.

La prima è sul voto. A questo 6 e a The Incident 5. Secondo me The Incident merita almeno un 8, e non ho ancora sentito un album dei CBP o altri, che meriti una valuazione superiore rispetto ad uno qualunque dei lavori porcupiniani.

La seconda nasce soprattutto dalla quantità di msg postati.

Sembra quasi che gli utenti si siano fatti condizionare dalle valutazioni espresse ed abbiano anche disertato i post, senza dire il loro parere favorevole o sfavorevole che sia.

Personalmente leggo le recensioni dopo aver asoltato un disco (soprattutto se si tratta di un gruppo che seguo già), per la curiosità di trovare conferme o smentite all'idea che mi sono fatto.

Questo ovviamente, senza nulla togliere al gusto e al giudizio del recensore.