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R Recensione

8/10

Julie’s Haircut

Our Secret Ceremony

È da un po’ che tengo d’occhio il parrucchiere di Julie. Me l’avevano sempre consigliato in tanti, ma spesso la reticenza aveva frenato la curiosità: che me ne posso fare di un pennivendolo come tanti, in un mondo dove il mestiere e la manica sembrano essere gli unici due modi per avere un discreto seguito? Eppure, giorno per giorno, alla fine il muro del sospetto è crollato ed io mi sono lasciato conquistare. Mi sono presentato, scoprendo di avere di fronte un lavoratore più che onesto, dotato di un’ottima varietà di stili, raffinata e precisa nel medesimo, senza dimenticare digressioni più moderne che, di certo, donavano freschezza e compattezza all’insieme (“After Dark, My Sweet”). Poi, ognuno ha ripreso la sua strada: io con una nuova acconciatura, lui con i miei complimenti ed una più che generosa mancia scrocchiante nella mano destra.  

Cosa mi ha convinto a ripresentarmi sulla soglia del suo negozio naif? Il fatto che, probabilmente, il taglio offertomi mi aveva particolarmente impressionato: più di quel che avessi potuto credere, almeno. Oppure che, in mezzo alla nutrita concorrenza, non avessi trovato molti altri alla sua altezza, per non parlare di epigoni, praticamente assenti. O, ancora, perché non potevo perdermi la svolta da lui annunciata: colori più accesi, strinature anteposte ai solchi, un lavorio prolungato e una diminuzione dei costi. Si potrebbero forse desiderare condizioni migliori di queste? Ed ecco, via: altro giro di giostra, questa volta doppio. Lui è sempre come me lo ricordavo: bonario, un po’ tenebroso, cordiale. Mi sarei aspettato, quantomeno, un trattamento all’altezza del precedente: ed invece no.  

Our Secret Ceremony”: non è un nome un po’ strano per una promozione di livello nazionale? Ancora di più, se teniamo conto che, per un pagamento, il nostro coiffeur ci offre addirittura due frizioni. Ma l’occasione, si vede, è di quelle speciali. Frushh, frushh: è l’acqua che inizia a scorrere. Il profumo di shampoo e balsami vari comincia ad ottenebrare la stanza quando, all’improvviso, cala la penombra all’interno dell’ambiente, mentre si accendono un paio di candele e, da dietro un paravento, appare lui.  

Misterica. Che altro dire? La prima passata (“Sermons”) lascia quest’impressione: è un’arte che raramente ha trovato posto entro questi angusti confini. Gettare il cuore oltre l’ostacolo, la sperimentazione oltre lo stereotipo, per abbracciare finalmente una maturità compositiva delle più invidiabili. All’acconciatore piace sperimentare e, sotto le sue mani, le forbici si trasformano in attrezzi esoterici. Decine di nobili influenze trovano posto tra le sue dita: pizzicori elettrostatici, maggiormente diffusi rispetto al passato (“Sleepwalker”, di grande (p)resa estetica: forse solo quello?) cedono il passo ad uno sferruzzare tagliente e rassodante, simile ai migliori e pesanti trascorsi, dove il soffice agitarsi delle mani esplode in uno sfregio conturbante di bassi e deliri free-form (“The Stain”, notevole). Il ragazzo ci sa proprio fare, penso, mentre una cascata rinfrescante si riversa sulla cute arrossata (lo psych-indie rock di “The Devil In Kate Moss”: un plauso per il giro iniziale), un bombardamento di luci al neon invade il nostro campo visivo (l’electro-dark che pervade l’aliena “Mountain Tea Traders”) ed il tutto si stempera in un gioco di tinteggi chiaroscurali che fraseggiano con amorevole distonia (“Mean Affair”, free jazz sistolico dal bellissimo impatto). Salvo poi tornare sui propri passi, radunare tutti i propri utensili al centro del locale ed incenerirli su una pira ardente che agonizza e sembra sul punto di spegnersi per caricarsi, in realtà, di nuova forza (il mantra psichedelico, per chitarre e Wurlitzer, di “Origins”).  

Silenzio. Pausa.  

Dopo un po’ ritorna, stanco e provato. Un sorriso a mezza bocca, piuttosto stiracchiato, e poi via, di nuovo a lavorare sui miei capelli. Questa volta l’atmosfera è meno serrata, molto più dilatata e sognante (“Liturgy”). Finite le idee pratiche, procede più per intuizioni e colpi di genio, che per un vero e proprio filo logico. Anche i risultati sono molto diversi, me ne accorgo subito. A fianco di ritocchi squadrati ed essenziali (gli Spacemen 3 che si fondono dentro la kosmische de “La Macchina Universale”), abbozza delle soluzioni discutibili e decisamente tirate, a cui spesso non crede del tutto – un po’ inconcludente “Hidden Channels Of The Mind”, kraut rock troppo espanso e poco spigliato – o che lascia troppo libere, finendo così per perderne il controllo e strozzarle dentro correzioni afone ed insipide (“Ceremony”). Paradossalmente, quando si allontana per un attimo, lasciandomi riposare  a lungo termine sotto effetto di lozioni calmanti, comincio ad apprezzarlo di più (i tredici minuti di “Breakfast With The Lobster”, fra prog, jazz ed invenzioni in completa anarchia strutturale). Solo alla fine mi accorgo di quanto, in realtà, il mio amico sia progredito: le candele si spengono, ritorna la luce e la mia chioma rifulge lucente, variopinta, vaporosa (“They Came To Me”, elegante epitaffio pianistico). È tutto finito, posso alzarmi.  

È da un po’ che tengo d’occhio il parrucchiere di Julie e, finalmente, posso dirlo: è fra i migliori che abbia mai provato. Ve lo consiglio.

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rael 4/10
REBBY 5/10

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Gengis il Kan (ha votato 7 questo disco) alle 21:06 del 21 aprile 2009 ha scritto:

primo loro disco bello

bestropicalia alle 15:43 del 10 dicembre 2009 ha scritto:

Pizza e Krauti

La cosa più krauta mai prodotta da un gruppo italiano...