Quicksilver Messenger Service
Happy Trails
San Francisco, 1969: nello stesso anno e nello stesso luogo tre gruppi fondamentali producono tre pietre miliari indimenticabili: i Jefferson Airplane danno alla luce “Volunteers”, i Grateful Dead di Jerry Garcia il bellissimo “Live-Dead” e i Quicksilver Messenger Service il fantastico “Happy Trails”. Questi ultimi riescono a fondere la raffinatezza onirica delle session dei Grateful Dead, i suoni tipicamente ‘60s di Grace Slick e compagni, in particolare quelli del loro “After Bathing at Baxter’s”, ed un certo “hard-blues” caro a Cream e Ten Years After. Il tutto ovviamente con quel tocco di originalità che rende “Happy Trails” tanto importante.
Questo album è un irresistibile insieme di jam acid-blues con tratti decisamente sperimentali.
Who Do You Love apre una lunga suite divisa in 6 parti, che ci fa subito capire a chi siamo di fronte: una chitarra lontana funge da richiamo, per poi materializzarsi in un bellissimo pezzo elettrico creato dal rincorrersi di chitarre taglienti e di un drumming coinvolgente: questo è e sarà per tutto l’album il sound proprio di Cipollina e soci.
Il tema che da qui ai prossimi 20 minuti ritornerà a più riprese si fa già indimenticabile. Un basso veloce ed espressivo spezza l’equilibrio appena raggiunto per dare il benvenuto alla voce aggressiva e potente di Gary Duncan. Gli accordi di chitarra abrasivi di Duncan, accompagnati dagli assoli tecnicissimi di Cipollina costituiscono il leit motiv di questo brano. La principale capacità della band è quella di trascinare l’ascoltatore in un crescendo di entusiasmo e di coinvolgimento…impossibile non andare avanti con l’ascolto!
Con la seconda parte, When You Love, il pezzo subisce un netto cambio di ritmo delineato da un grandioso assolo di John Cipollina (siamo quasi ai livelli di Alvin Lee) e da un convincente giro di basso, degno di un Cassady per esempio, il tutto però è destinato ad affievolirsi per un istante, per dare un nuovo tono al pezzo: le dita del chitarrista si fanno sempre più veloci costruendo un incredibile trama, sorretta da una batteria sempre più decisa e tecnica.
Con l’arrivo della terza parte, Where You Love, il tema precedente rallenta e si scompone pian piano tra le sperimentazioni strumentali dei quattro “messaggeri”. Il tutto quindi si sublima in una dimensione sotterranea psichedelica, dove il “gocciolio” delle corde della chitarra rintocca cristallino, i battiti della batteria echeggiano intorno a noi e i feedback diffusi ci disorientano. Solo i piatti costituiscono un appiglio stabile alla realtà, grazie al loro incessante segnare il ritmo. Interviene a questo punto l’entusiasmo del pubblico ( l’album è in parte registrato dal vivo), che battendo le mani ci porta al 4° momento.
Con How You Love ritorna il tema della prima parte, e Cipollina riprende a violentare la sua chitarra. Conosciamo già quello che stiamo sentendo, solo che ora, dopo essere sprofondati negli abissi di Where You Love, per un istante tutto ci sembra accecante, come se ci trovassimo alla luce dopo essere stati per lungo tempo al buio. La chitarra, il basso e la batteria si sfogano quindi in un crescendo abrasivo di forte impatto, rincorrendosi e sfidandosi continuamente.
Which Do You Love, il 5° momento, segna un allentarsi della tensione per regalarci un grandissimo esempio di psichedelica. La voce torna avvolgente, colorata dai soliti ghirigori delle chitarre e dal ritmo trascinante, a ripetere: “ who do you love, i wanna love…”, insomma, l’America degli hippy e del peace&love non è ancora finita.
Il 6° ed ultimo momento esplode in un coloratissimo e frenetico pezzo, dove come al solito si fa notare la chitarra, lanciata all’impazzata verso la conclusione di questa prima lunga suite. Non finiscono mai di voler “parlare” però le corde di Cipollina, fino a che un’ultima esplosione sonora ci porta alla seconda traccia.
Mona apre con un altro tema caratteristico, che sorretto dalla ritmica regolare di Greg Elmore, si fa sempre più corrosivo, nuovamente arricchito dalle chitarre distorte e perennemente in duello. La struttura è la solita: un’improvvisa condensazione di trasognante psichedelica serve per dare poi il via allo sfogo finale.
Maiden of The Cancer Moon avanza lenta, impreziosita dal caratteristico timbro degli assoli di Cipollina, fino a che un cambio di ritmo interviene per dare il via alla corrosiva trama strumentale, dove spicca il basso sensazionale di David Freilberg. Il tutto è destinato a rallentare, per mettere le basi al tema della successiva Calvary.
Si tratta di un lungo pezzo psichedelico di grande presa, in cui la chitarra è l’unico strumento ben distinguibile, avvolto da un’atmosfera eterea ed impalpabile. La sperimentazione la fa da padrona, ispirandosi a quel sound orientaleggiante presente in alcuni momenti dell’album già citato dei Jefferson Airplane, in particolare nel pezzo reJoyce, e poi ripreso dalle fila del kraut rock. Tutto questo evolve in un crescendo che in certi passaggi sembra quasi attingere da certe composizioni di Morricone. Ma è soprattutto l’elemento evocativo che ha la meglio e che delinea questo “calvario” strumentale dai toni aridi e dominato da un denso nugolo di feedback.
Se fossimo stati negli anni ’70 l’album sarebbe anche potuto finire così, ma i ‘60s non sono ancora finiti, così come non è finita la gioia e l’ottimismo di chi vi si trova immerso. Così l’ultima traccia, Happy Trails, per staccare dall’ascolto impegnativo appena affrontato, chiude in maniera scherzosa e spensierata questo capolavoro con un country parodistico. È dunque con un sorriso che prendiamo commiato dai Quicksilver Messenger Service, ma l’esperienza ci è piaciuta: ritorneremo presto ad ascoltarli!
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