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R Recensione

9/10

Catherine Ribeiro + Alpes

Paix

Un enorme ringraziamento a Matteo Losi per il preziosissimo contributo. Suo il paragrafo sul confronto Ribeiro-Fontaine. Un grazie anche per la revisione del testo e, cosa non certo da poco, per avermi fatto conoscere il disco.

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Tra le pieghe della storia del rock sono tanti i tesori nascosti celati da contingenze avverse, da pregiudizi amari o dal semplice processo temporale di decantazione (che però può condurre al completo oblio). La storia di Catherine Ribeiro e dei suoi Alpes, capaci di inanellare, nei primi Settanta, un sensazionale trittico di folk-progressivo, si colloca oggi -nonostante il successo ottenuto allora- in questa famiglia triste di capolavori dimenticati. Se di quell'epoca tutti conoscono le peripezie di un Gainsbourg o di una Hardy, il valore della produzione targata Alpes non è stato sottolineato a dovere.

Catherine Ribeiro comincia la sua carriera come attrice, recitando prima con Godard e poi con W. Fordson (pseudonimo di Mario Costa). Sarà però la musica a rivelarne il genio, permettendole di unire capacità drammaturgiche e doti canore: una voce possente, autoritaria, messa a disposizione, dapprima, del french pop dei primi quattro EP (pubblicati tra il 1964 e il 1966), poi per il progetto ben più significativo collaudato assieme a Patrice Moullet, conosciuto ai tempi dell'ingaggio da parte di Godard.

A differenza dell'altra grande “agitatrice” dell'underground francese del periodo, Brigitte Fontaine, la Ribeiro non ridimensiona il legame con la drammaturgia d'oltralpe (il fil rouge che congiunge Édith Piaf a Juliette Gréco e finanche a Barbara), enfatizzando, anzi, il disorientamento emotivo e l'enunciazione severa, ammonitrice, che di essa sono pilastri. Laddove la “modernista” Fontaine -che proprio nel '72 si ripresentava col notevole album omonimo- flirta col dadaismo, col jazz (“Comme à la radio” è registrato insieme agli Art Ensemble of Chicago), relegando l'impeto a vocabolo fra i tanti di un lessico sempre più astratto, la Ribeiro si ribadisce vocalità viscerale, stregonesca: un concentrato di inquietudine “post-chanteuse”, lessico acid-folk di provenienza statunitense (leggasi Buffy Sainte-Marie), esoterismo e carisma puro.

Eppure non possiamo limitare la nostra analisi all'importanza scenica, autoriale e interpretativa della Ribeiro, giacché il ruolo di Moullet nel forgiare il suono Alpes è stato altrettanto fondamentale, se non decisivo. Come una Factory wharoliana, il suo Atelier d'Expérimentation Musicale diventa il microcosmo all'interno del quale, a partire dalla fine degli anni Sessanta, si sviluppa l'emanazione sperimentale della band, in grado di veicolare le intuizioni dell'artista, compositore, inventore, sperimentatore Moullet. Pubblicato nel 1970 il primo lavoro del gruppo (“n°2”, successore del primo vero e proprio LP che vedeva la coppia Moullet-Ribeiro alle prove con l'ensemble dei 2 Bis), e nel 1971 il secondo Ame Debout, è nel 1972 che vede i natali il definitivo capolavoro degli Alpes.

Paix compatta l'esperienza accumulata negli anni precedenti per un lavoro organico e denso, dove l'afflato mistico e la poetica della band raggiungono livelli di eccellenza inediti e grandiosi. Quattro brani (di cui due lunghissimi) e una strumentazione ridotta all'essenziale (dominata dagli apparecchi sperimentali ideati dallo stesso Moullet: il “cosmophone” e il “percuphone”) per un lavoro dai contorni mitici e dalle fughe in avanti visionarie.

Roc Alpin” apre l'album con un declamatorio e solenne -per quanto elementare- motivo vocale, mentre l'incalzare delle percussioni di Michel Santangelli è sommerso da una nebulosa sonora dove risuonano le tessiture elettroacustiche del cosmofono, rintoccano briosi i tasti dell'organetto, e il basso saltella qua e là col suo giro rutilante. L'atmosfera cambia di netto con la successiva “Jusqu'à ce que la force de t'aimer me manque”, che ci introduce in un mood solenne e tragico, dove il lirismo della Ribeiro entra in un tale stato di tensione drammatica da lasciare senza fiato, così come toglie il respiro la galoppata di folk marziale (cui tanto si ispirerà la futura scuola neofolk) immersa in una soluzione psichedelica composta da fitti strati d'organo tesi ad elevazioni siderali.

È pero con “Paix” che la band forgia il suo definitivo testamento. Qualcosa di monolitico, nei suoi quasi sedici minuti di estensione, qualcosa di estatico e struggente, nel suo contenuto lirico e nell'impatto sonico. Uno dei brani di folk progressivo più impressionanti di sempre. Tra flebili nebbie di tastiere si insinua un reiterarsi ritmico ossessivo (merito del “percuphone”), mentre l'organo prende sostanza dipingendo il tema melodico che costituirà il pilastro della lunga suite, scandita dal giro d'accompagnamento del basso austero e grave. Ed è proprio il basso ad incepparsi per primo, dando vita ad un contorcersi diabolico di cosmofono e tastiere, il primo a contrappuntare l'incedere del brano con minacciosi interventi espressionisti, le seconde impegnate in volteggi svolazzanti. Questo il retroterra sonoro che vede Catherine Ribeiro lanciarsi in un recitato declamato con rabbia strozzata ed enfasi crescente, per un'esibizione da brividi, ogni volta. In un clima di tensione pre-apocalittica i versi suonano come un manifesto post-hippie che mischia nichilismo e (tenue) speranza nell'avvenire: “pace ai nostri spiriti malati e ai nostri cuori scoppiati / pace alle nostre membra affaticate, lacerate / pace alle nostre generazioni degenerate / pace alla grande confusione della miseria / pace a chi cerca, rompendosi la testa contro muri di cemento (…) / pace all'odio e alla rabbia degli oppressi / pace alle nostre pance, grandi serbatoi di spazzature accademiche / pace ai nostri amici, la cui tenerezza è per me una necessità / pace e rispetto per la vita di ciascuno / pace al fascino del fuoco, al levarsi del giorno e alla caduta della notte (...)”. Nemmeno il tempo di riprendere fiato che si è catturati dall'annichilente coda strumentale, variazione sul tema iniziale incendiaria e delirante.

Ed ecco che “Un jour... la mort” chiude il disco occupando nella sua interezza il secondo lato dell'album, per quasi venticinque minuti di durata. Le fluttuazioni elettroacustiche dipingono una distesa ambient (s)fatta di nubi cosmiche entro cui si inseriscono pennate riverberate di chitarra acustica, solcate dai vocalizzi della Ribeiro, sorretti a loro volta dai rintocchi di un basso minimale, con tanto di motivetto progressivo d'organo, che a più riprese tornerà a dar colore alla composizione. Un inno non meno espressivo di quello appena passato in rassegna: la ricchezza che pervade l'incedere del brano, tra cambi di registro, stratificazioni timbriche, sperimentazioni al limite dell'impro, è stupefacente, e procede lentamente verso la melodia grave della coda, dominata dalla meccanica percussiva e dagli strascichi acuti di cosmofono e tastiere. Il tutto in un eterno mutare, fino all'outro a base d'organo e declamazione di commiato.

Un lavoro fuori dal tempo e proprio per questo immortale, Paix rappresenta un apice per gli Alpes e per la musica progressiva di sempre: un apice che, però, inaugura anche un lento declino per la band, evidente già nel successivo Le Rat Débile et L'Homme des Champs (1974). Da riscoprire assolutamente (magari assieme ai precedenti lavori, raccolti nel 2012 nel cofanetto della Mercury Catherine Ribeiro + Alpes - 4 Albums Originaux), Paix rimane uno dei viaggi più affascinanti ed emozionanti che la musica pop sia stata mai in grado di offrire.

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Voto degli utenti: 7,7/10 in media su 3 voti.
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loson (ha votato 8 questo disco) alle 13:26 del 31 gennaio 2014 ha scritto:

Grazie a te, Cas, per avermi coinvolto in quella che, tutto sommato, è stata una piccola aggiunta a una recensione già completa e bellissima. La cosa bella è che per scriverne ho dovuto rispolverare il disco e, in un certo senso, "riscoprirlo" alla luce delle tue considerazioni. Proprio un capolavoro. La title track, nella sua circolarità assoluta, è la cosa forse più ammaliante. Ascoltatelo, marrani!

Totalblamblam alle 14:10 del 31 gennaio 2014 ha scritto:

certo solo se lo si trova su vinile originale tu che stampa hai? mai visto sto disco in giro grrrrrrrrrr

loson (ha votato 8 questo disco) alle 20:32 del 31 gennaio 2014 ha scritto:

Neppure io, mai visto. Mi consolo con gli mp3, putroppo. Prevedo già la tua reazione

VDGG (ha votato 8 questo disco) alle 20:49 del 31 gennaio 2014 ha scritto:

Toh!!!...ma guarda un pò...