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R Recensione

5,5/10

Chad VanGaalen

Shrink Dust

Chad VanGaalen prova a cambiare nuovamente volto. Dopo Diaper Island, che affinava la scrittura del cantautore canadese portandolo a distaccarsi dalle componenti più sperimentali e “weird” (che venivano allora concentrate nella seconda parte dell'album), questo Shrink Dust torna a giocherellare con grammatiche sghembe e sintassi impervie. Dopo la fatica impiegata per il suo film d'animazione fantascientifico “Tarboz”, il quinto album di VanGaalen rappresenta, ad oggi, la sua prova più azzardata.

Già nella prima Cut Off My Hands i delicati arpeggi di chitarra acustica sono contaminati da immissioni di elettronica schizzoide e flebili arrangiamenti arty (quel clarinetto che irrompe lamentoso a fine brano per inaugurare l'outro affidata alla slide guitar), mentre Where Are You imprime un deciso cambio di rotta, rompendo del tutto i legami con il folk tradizionale -anzi, adottando patterns ritmici che potrebbero benissimo provenire dal mondo hip-hop- per immergersi in soluzioni stordenti e fumose all'insegna di un psych-folk spaziale dove l'eco della voce viene modulato fino a confondersi con le contaminazioni electro che saturano le texture.

Tutto l'album è una continua immersione in armonie stralunate e sperimentalismo sconclusionato: elementi che paiono poco più che eccentriche sovrastrutture apportate al tipico songwriting di VanGaalen (Frozen Paradise, Lila, Weighed Sin), che non è mai davvero stravolto, risultando invece lineare e consueto (e non è sempre un male: si prenda la bella Evil o l'incantevole Hangman's Son).

Insomma, la sperimentazione si ferma in superficie, contribuendo perlopiù ad agghindare di superflue bizzarrie i brani di un repertorio ormai stanco. Non si arriva mai a dare sostanza agli interventi che, invece, dovrebbero connotare la svolta dell'album: in Monster sembra di ascoltare dei Fleet Foxes in overdose di riverbero, in Leaning on Bells sentiamo riproposto un weird-garage convenzionale (Thee Oh Sees, Ty Segall e compagnia), in Weird Love ci viene riproposta una semplice ballata storta e arrugginita.

Un lavoro eccentrico, inusuale, che però restituisce all'ascoltatore la classica sensazione del “tanto fumo e niente arrosto”. Poco rimane, infatti, dietro le gonfie impalcature sci-fi: soltanto quella scrittura tanto garbata di cui Chad VanGaalen è ben dotato. Peccato che il più delle volte venga sommersa da tanta futilità.

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Voto degli utenti: 6,3/10 in media su 2 voti.
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C Commenti

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target (ha votato 6,5 questo disco) alle 13:54 del 30 aprile 2014 ha scritto:

Per me bel disco, come tutti quelli di Chad. Non ha purtroppo mai tirato fuori il discone, ma ormai ha messo su una discografia di tutto rispetto. Apice, qua dentro, la sequenza da 3 a 7.

Gio Crown (ha votato 6 questo disco) alle 12:07 del 6 maggio 2014 ha scritto:

Però non sono male gli inserti "estranei" al mood principale...non so come un Harlow Guthrie che ogni tanto si fa un aciso o una bevuta un po' più forte del solito.

Ascoltando l'autore per la prima volta, l'ho trovato intressante. Voce e chitarra anche arrangiate impeccabilmente potrebbero risultare stucchevoli alla fine. Con queste incursioni nei passaggi fumanti da studio non ben insonorizzato, che allargano lo spettro sonoro ad armonie dissonanti ( e mi si passi l'ossimoro) mi è piaciuto molto più delle solite melodie...lagnose...di cantautori folk, come è ad esempio Weighed Sin, Monster. Un po' di vecchio buon rock anni 60/70 (vedere Pink Floyd epoca Syd Barrett) in Leaning on bells. e Where are you.

No sarà u capolavoro ma va bene così