R Recensione

7/10

Lightning Dust

Infinite Light

In Canada se suoni in una band e non hai almeno un progetto parallelo, vuol dire che sei tagliato per qualcos’altro. Per la musica, no. Magari per il curling o il corpo forestale, ma per la musica no. Amber Webber e Joshua Wells, da Vancouver, suonando nella muscolosa compagine psych-rock dei Black Mountain, già da un paio di anni hanno sentito la necessità di mettersi in proprio per esplorare territori decisamente più intimisti e tranquilli. L’esordio omonimo del 2007, sempre per la Jagjaguwar, eccedeva nelle lambiccature tenebrose di uno psych-folk lento e avvolgente, guidato dall’organo e dalla voce profonda della Webber. C’era poesia, ma di quelle compiaciute.

Questo seguito, pur confermando qualche difetto del predecessore, ne eleva in potenza le virtù, grazie a una maggiore varietà in fase di registrazione e a qualche piccolo capolavoro di melodia. Peccato solo che il tentativo di spezzare la monotonia alquanto ipnotica del debutto provochi la sensazione, durante l’ascolto, di essere capitati in un ottovolante, a causa dei continui saliscendi di genere e di qualità. Tre pezzi fuori sacco su tutti: “I Knew”, indie rock frenetico dettato da beat sintetici con eco spaziale, “The Times”, scheggia indietronica-blues-tribale assai incongrua, “Honest Man”, scialbo e manualistico duetto Webber/Wells da piano-bar per cinquantenni nostalgici. E qui sta il peggio.

Il meglio sta dove i due sprofondano in tappeti di tastiere e chitarra ricoperti di foglie morte: sembra di ripescare gli 80 più eterei di Kate Bush (magari Bat For Lashes fa già da filtro), di una Sinead O’Connor tornata per fondersi con Cat Power, in un clima malinconico mai sfibrato. Almeno tre pezzi reclamano lunga permanenza negli I-pod estivi, finché l’autunno li possa accogliere più munifico, e sono tre gioielli: il primo è “Dreamer”, marcia funebre per organo e tastiere (oh, Soap & Skin), con il vibrato della Webber che si disperde in un vuoto ad alto tasso evocativo, talché sembra ad ogni ascolto di riaprire una scatola di ricordi dimenticata da tempo (sensazione simile? i Beach House).  

Il secondo è “Never Seen”, in cui l’organo è ritoccato da inserti elettronici dal sapore 80 che raffreddano i suoni e geometrizzano le linee vocali (eccellenti), rimandando a passaggi da estetica cold wave. Ascolto obbligato. “Take It Home”, soprattutto con la sua potente coda sinfonica (aleggia Angelo Badalamenti), segna la terza tappa in cui "Infinite Light" schiude panorami che lasciano una traccia, mentre altri momenti, tra folk e dream pop, sempre devianti verso lidi fantastici – basta dare un occhio alla copertina –, fanno da buone reti di salvataggio (“Antonia Jane”, “Wondering What Everyone Knows”, “History”, Marissa Nadler serpeggiante con i suoi organi al veleno).

Niente curling o corpo forestale, per i Lightning Dust. La musica va benissimo.

http://www.myspace.com/lightningdust

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Marco_Biasio alle 13:12 del 6 agosto 2009 ha scritto:

Buona 100esima, prof!

target, autore, alle 18:59 del 6 agosto 2009 ha scritto:

Un po' come a Ok il prezzo è giusto: "cento! cento!". Grazie, man. E ascoltati i Lightning Dust, che fanno anche per te.