R Recensione

7/10

Meg Baird

Don't Weigh Down the Light

Spostandosi dalla sua Philadelphia all'assolata California, Meg Baird non ha certo dimenticato di portarsi appresso il suo elegante bagaglio artistico, dagli Espers fino alla carriera solista (che bello era “Seasons on Earth”?). Se allora, però, le composizioni facevano trapelare una sensibilità ed un gusto particolarmente sofisticati (i pezzi erano rifinitissimi e riccamente ricamati, facendo pensare spesso alla penna della prima Joni Mitchell), questa volta la Baird, pur non mutando radicalmente la sua formula (fatta di rimandi ai tardi anni Sessanta e ai primi Seventies), preferisce abbandonarsi a movenze circolari e ad un'espressività decisamente più rilassata.

E così “Counterfeiters” è un leggero ricamo dreamy costruito su trame di elettrica e accordi di chitarra acustica, con la Baird che ricorda una Linda Perhacs d'antan, per un brano sfumato, ipnotico e sensuale, sospeso in un torpore da dormiveglia. Oltre alla California qui c'è -come al solito- anche tanta Gran Bretagna: lo si percepisce in “I Don't Mind” che, sospesa su arpeggi trasognanti alla Nick Drake, fa propria la liricità di una Anne Briggs, trasportando il tutto sul canovaccio onirico tanto caro alla storia dell'artista americana. Il tocco della Baird, coadiuvata dal valido Charlie Saufley, è sempre rasente alla perfezione, ricordando la coppia Jansch/Renbourn (un esempio: le trame di “Mosquito Hawks”), e messa al servizio di un songwriting vivissimo e fascinoso: si prenda la bellissima “Back to You”, trasognato gioiellino di estasi folk, o l'incredibile “Past House”, leggiadro fluire di accordi di piano, arpeggi di acustica e levigature di slide, o ancora le aperture solari -tanto West Coast- della piccola meraviglia intitolata “Good Directions”, fino a riportarci alle trascendenze corali del Crosby di “If I Could Only Remember My Name” di “Even the Walls Don't Want You to Go”.

Se in “Seasons on Earth” gli arrangiamenti erano votati a sostenere una scrittura articolata e complessa, qui ogni elemento contribuisce a rinforzare i cicli di accordi, a creare atmosfera. “Don't Weigh Down the Light” rappresenta così l'altra faccia della medaglia del più cerebrale predecessore. Meg Baird conferma nuovamente di avere pochi rivali in campo psych-folk, mettendo a segno un altro colpo.

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