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R Recensione

7,5/10

Allah-Las

Worship the Sun

Gli Allah-Las non riescono ad uscire dal 1966. Se ne stanno lì incastrati, in un lembo spazio-temporale rassicurante e nostalgico, facendo di tutto non solo per rievocare quegli anni, ma per suonare esattamente come allora. La Los Angeles garage rivive così nel secondo lavoro della band americana, capace di un'operazione intensiva di riproposizione di suoni, mood e grana di un passato che sembra non essere mai finito. L'operazione di Worship the Sun è più che circostanziata: qui si mastica una materia garage-psichedelica di primo pelo, che respira la stessa aria di Leaves, Chocolate Watchband, Music Machine, Seeds, Standells (...), con sporadiche incursioni di brit-invasion e scene regionali varie (quella texana dei 13th Floor Elevators, su tutte). La band losangelina esplora a fondo, facendolo suo, un repertorio di nicchia. Il tutto con grande fedeltà e devozione.

La cosa più sorprendente, a questo punto, è la grandissima presa dell'album: lungi dall'apparire come uno stantio fare il verso ai fricchettoni d'un tempo, i pezzi di questo Worship the Sun sono, in una parola, esaltanti. Non è facile dare vita a composizioni così vive vincolando il songwriting alle rigide codificazioni di cui sopra. Eppure il quartetto riesce alla grande nell'impresa, sfornando un lavoro con tutte le carte in regola per non rimanere esclusiva delizia degli stretti affezionati del genere.

De Vida Voz” è un ottimo preludio: un folk-rock caracollante introdotto da una sfrigolante chitarra fuzzosa subito trasformata in un gentile ricamo jangly, per poi prendere corpo in un brano concitato e tipicamente west-coast, con tanto di armonizzazioni vocali westerniane. La successiva “Had It All” fa leva su un accattivante motivetto di chitarra jangly che, tra il fremere di congas sullo sfondo e il mood cantilenante, si infuoca nel bellissimo assolo acido di metà brano, mentre “Artifact” forgia una godibilissima prova di interplay chitarristico, con Michaud che sostiene la vigorosa parte ritmica e Siadatian che accompagna guizzando agilmente con la sua sei corde. Il disco scorre godibilissimo, tra la bossanova psichedelica di “Ferus Gallery”, impreziosita dai rintocchi del vibrafono, il midtempo di “Recurring”, l'andazzo stonato di “Nothing to Hide”, la marcetta pinkfloydiana di “501-405”, gustoso impasto di fuzz e reverb, la ballata lounge di “Yemeni Jade”, insaporita da slide e vibrafono, o ancora il country-rock di “Better Than Mine” e la scura e twangy “No Werewolf”.

Gli Allah-Las non sfornano semplicemente un esaustivo manuale di effettistica e scrittura vintage, ma infondono vera vita alle loro composizioni. Il risultato è, lo si sarà capito, un fantasioso e freschissimo canzoniere rétro-pop. Psychedelicious, insomma.

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