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R Recensione

6/10

Erland & The Carnival

Nightingale

Il carnevale inscenato da Erland & The Carnival si tinge di nero. Non che Cooper, Tong e Nock brillassero di solarità ai tempi dell'esordio omonimo datato 2010, ma certamente le atmosfere si fanno ora più cupe ed opprimenti, abbandonando gli spiragli che si aprivano qua e là nello scorso lavoro. Più che di una svolta dark sarebbe il caso di parlare di un'inquietante -seppure affrontata con tipica freddezza brit- atmosfera spettrale che aleggia lungo le quattordici tracce di Nightingale, interpretazione peraltro suggellata dalla copertina, la quale rimanda al caso che, tra il 1977 e il 1978, diede fama alla cittadina inglese di Enfield e al suo presunto poltergeist.

Così, come presenze notturne, si manifestano brani stranianti che contribuiscono a variegare, seppure sintonizzandosi su sfumature di grigio, l'album in questione, permettendo alle gonfie melodie cui ci eravamo abituati di non sedimentarsi ed ingolfare uno scorrimento oltremodo sovraccarico. Perché una caratteristica dei lavori dei Carnival è proprio quella di privilegiare misure colme e piene, sia grazie a melodie densissime che ad armonie che non lasciano spazi vuoti ma giocano a creare amalgami serrati, con il rischio di raggiungere livelli di saturazione altissimi. La scorsa volta il ricorso a leggeri brani psych folk riusciva ad alleggerire il tutto, questa volta l'equilibrio pare meno stabile e i 14 brani proposti sembrano davvero eccessivi.

La continuità con l'ultimo lavoro è assicurata da So Tired in the Morning, trenodia incendiaria a base di chitarre sfrigolanti, fraseggi pulsanti di organetto e una multi-dimensionalità assicurata dai soliti riverberi e brusii elettronici. L'organo si mostra fin da subito decisivo nel tinteggiare l'atmosfera di toni foschi e inquietanti, come farà ancora infestando la galoppata western-gotica di Emmeline. Il pop vigoroso di Map of An Englishman è un tripudio di atmosfere da fiera (degli orrori), come anche l'incalzante This Night, turbata dal bending schizzoide del motivetto di tastiera elettronica e sospinta da un felice rafforzarsi reciproco di accordi di piano, cori, riff portanti e una ritmica severa e martellante. Sullo stesso registro abbiamo Springtime (tutt'altro che indimenticabile), dallo spiacevole effetto "già sentito", complice un refrain accattivante ma oltremodo scontato.

I pezzi che più caratterizzano l'album sono i veri e propri rimandi a quell'estetica noir che sembra essere la chiave interpretativa di questo Nightingale: prendiamo I Wish, I Wish, col suo inquietante motivetto elettronico a scandire uno scorrere ricco di dilatazioni, riverberi e sinistre presenze sonore, o ancora Dream of the Rood, dall'incedere lento e scricchiolante, leggero e incorporeo, o infine l'infestata The Trees They Grow So High, dai tratti scheletrici e claustrofobici. Non mancano le sorprese, come l'aggraziatissimo folk di East & West, o le piacevoli incursioni sixties, dopo un primo tempo marziale e violento, di We All Die (ok, il titolo non promette molto...), che danno un po' di calore ad un lavoro nel complesso freddo e notturno.

 

Il bilancio finale non può non tenere conto del tentativo di scostarsi dal fortunato esordio: scelta coraggiosa, ma incapace di imporsi e reggere il confronto. Sebbene le soluzioni stilistiche si dimostrino varie e promettenti, permane tuttavia una pesantezza complessiva derivante dal sovraccarico e dai dosaggi azzardati. Che se vogliamo è il destino delle storie di fantasmi: una volta raggiunto il climax narrativo tutto si dipana per poi svanire. Tanto fumo e niente arrosto, i fantasmi non esistono e le varie suggestioni presenti in Nightingale sono destinate a sfumare non appena finito l'ascolto.

V Voti

Voto degli utenti: 7,2/10 in media su 6 voti.
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giank 9/10
target 6/10
REBBY 7/10

C Commenti

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REBBY (ha votato 7 questo disco) alle 9:02 del 3 ottobre 2011 ha scritto:

Più orientato verso il pop e meno fresco, energico ed immediato rispetto al disco d'esordio (che anch'io al momento preferisco), questo secondo album conferma, a mio parere, la bontà di questo progetto d'ispirazione folk-rock. A livello tecnico la novità più consistente credo sia da individuare in un ricorso più massiccio all'elettronica. Al synth (che anche lui sa di antico), oltre che alle tastiere in genere, viene affidato principalmente il compito di creare quell'atmosfera oscura, spettrale ed orrorifica che caratterizza (appesantisce?), come dice Matteo, l'album. Sotto al nuovo maquillage la tradizione popolare continua a farla da padrone ed in altima analisi il tipo ed il livello di song-writing credo non si discosti poi molto da quelli del precedente. Forse è un'opera ancora più british, se vogliamo (debitrice sicuramente dei Pentagle, ma in qualche caso anche dei Divine comedy). "L'effetto già sentito" è quindi inevitabile , ma non penalizzante, in quanto la resa sonora finale, talvolta (convengo) sovraccarica, è comunque particolare e, nel panorama attuale almeno, a suo modo discretamente originale. Buona anche la seconda per me eheh.

hiperwlt (ha votato 5 questo disco) alle 17:42 del 12 novembre 2011 ha scritto:

la bontà del progetto rimane - d'accordo con te, Reb -, ma il gap con l'esordio è decisamente ampio - a partire (dice bene Matteo) dalla "pesantezza" dell'ascolto, che nell'omonimo non avvertivo.