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R Recensione

6/10

Hookworms

The Hum

Gli Hookworms, da Leeds, prendono il nome da un parassita (una sorta di verme solitario dei paesi tropicali) particolarmente insidioso: una volta raggiunta la pelle dell'ospite, penetra nella cute e -scavando, maledetto- arriva ai polmoni, fino a giungere allo stomaco e, finalmente, all'intestino. Lì inizia a succhiare sangue. Orribile, vero? Ecco, il processo di assimilazione della musica della band è lo stesso: prima il superficiale impatto delle gonfie matasse sonore, poi il progressivo assorbimento interno, infine l'ancoraggio definitivo.

Peccato che l'intero processo si riveli, nel caso di "The Hum", secondo lavoro della band, piuttosto deludente. Un mischione di kraut-rock e densa psichedelia spacey a base di collose tastiere alla Stereolab e voci filtrate e distorte. Di nuovo. Nove brani che si succedono sì senza soluzione di continuità, ma anche senza troppe variazioni, passando per lo sfogo roboante e punk di “The Impasse”, con le chitarre che stridono dissonanti sullo sfondo, l'andazzo drogato ed ipnotico di “On Leaving”, tra Moon Duo e Spiritualized, il garage rock saturo e sporco -con tanto di brioso organetto a saltellare qua e là- di “Radio Tokyo”, il cadenzato (e questa volta davvero coinvolgente) dispiegarsi dronico della fuzzosa cavalcata di “Beginners”.

Il problema è quello di una formula eccessivamente conforme, che sconta il difetto di suonare troppo presto troppo simile a se stessa. Nonostante alcuni trascinanti picchi di freak out sonoro e ben assestati assalti rumoristi, rari momenti di pura estasi (le distese lisergiche di “Off Screen”) e esempi di indiscussa lucidità compositiva (la bella e conclusiva “Retreat”, tra le perle dell'album), la creatura Hookworms è ancora allo stato larvale. Perché la musica scavi davvero nella pelle sono necessarie ben altre energie, ben altre visioni.

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