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R Recensione

7/10

Miriam In Siberia

Failing

Lost and found in salsa tricolore, parte I. Il copione si ripete, immutabile, ogni anno: l’inventario dei meritevoli per il podio dicembrino spinge a riconsiderare dischi accantonati per mancanza di tempo e motivazioni, a rivedere giudizi precedenti, a raccogliere in extremis preziosi consigli altrui. Qui, come da altre parti, si soffre della sindrome del cercatore d’oro: ci si abbatte per non aver trovato ciò che si sperava, ma nondimeno ci si incaponisce, guidati da un senso che travalica la sesta piazza e sparisce, inghiottito, nel nulla. Nove volte su dieci, va detto, la pesca è redditizia. Novembre frutta al quartetto di Aversa Miriam In Siberia (atroci sospetti di ennesime infiltrazioni agnelliane fugati senza dubbio alcuno) il terzo full length, “Failing”: un lavoro che, chiosando con un po’ di malizia, potrebbe essere definito il portfolio campano all’eserciziario dei fratelli Carney. Se dalle finestre del gruppo si scorga il mare, non possiamo saperlo: quel che a noi sembra di veder baluginare, in questi venticinque minuti (Pontiak persino nelle durate: dunque perfetti) è la spiga del grano della Virginia, o la veduta della tundra siberiana catturata dall’obiettivo di Marco Quinti.

L’aderenza al modello è, a tratti, così forte da rasentare l’impressione spicciola della cover band: tutta la Thrill Jockey del passato, del presente e del futuro (influenze, bontà loro, apertamente denunciate sullo spazio Bandcamp) si dà appuntamento nell’organetto sintetico di “Down From A Mountain”, lunga cantilena psichedelica figlia di altre Pompei e di un chitarrismo impressionante per astrattismo e suggestione, sublimazione vivente dei nonnon gilmouriano, non zeppeliniano, non hawkwindiano, settantiano-non settantiano, e chi ha imparato ad ascoltare sa. Non ci si attendano certo stroncature. Non al cospetto di una “Don’t Anyone” che prende vita dalle costole prog di “Comecrudos” (miraggi Across Tundras di struggente ed imperfetta bellezza), né al palesarsi delle spesse sei corde Quest For Fire – ma con quel che di materica, narcolettica indefinitezza… – di “Raise Your Hands”: non a partire dagli arrangiamenti corali di “We Wanna Know”, scritti sullo stesso banco di americana della Colin L. Orchestra, e nemmeno all’abbassarsi delle pretese sinestetiche, con una title-track che non è affatto peccato definire alt-rock d’Oltreoceano.

Primo disco interamente in inglese (disponibile in una versione limitata in vinile 12"), a due anni di distanza dall’emblematico “Vol. 2” e a cinque dall’esordio “Il Suono Del Phon”. Le premesse, concise ed efficacissime, non fanno che invogliare all’approfondimento.

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