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6/10

Naxatras

Naxatras

Sperduti, lontani, nel territorio della Grecia settentrionale – lì dove la classicità incontra la slavità, dove nacquero Cirillo e Metodio, dove ortodossia e paganesimo si danno appuntamento all’ombra di collinette brulle e riarse dal sole –, i Naxatras hanno finito di registrare, in presa diretta, il loro secondo LP. Il batterista Kostas Harizanis che contempla la cover di “Animals” dei Pink Floyd, galline e conigli, delay, crybaby, overdrive, big muff, chitarre, bassi, batterie, theremin, organi, synth, sax… Il set fotografico delle recording sessions parla da solo. Ci sarà data la possibilità di immergerci, anima e corpo, in un viaggio interstellare di eccezionale materialità? Ad ascoltare i nove, artigianalissimi brani che vanno a comporre l’omonimo esordio di quest’anno, parrebbe che il sentiero sia tracciato: impossibile non esserne entusiasti.

Se, nella classifica “curiosità dal mondo”, la casella “hard rock” è già stata barrata in corrispondenza degli ucraini Stoned Jesus, non per questo i Naxatras sfigurano: quite the opposite. L’indicazione di voto qui suggerita, relativamente bassa, si riferisce al semplice fatto che – data l’inconsueta provenienza geografica, il centro europeo slittato verso la periferia – ci saremmo aspettati un platter maggiormente “esotico”: nei suoni, negli intrecci, nella strumentazione. Abbiamo, invece, solo (si fa per dire) un disco di genere, peraltro nemmeno così heavy (anche i brani più diretti, come “Sun Is Burning”, scelgono piuttosto la scentratura garage, rispetto alla voce grossa del doom), dall’allure profondamente psichedelico: il che si traduce, in prima battuta, in un interplay ipnotico e pastoso, vintage per dovere e non per scelta – l’avranno conosciuto, laggiù, il blues digitale? Pare, a tratti, di sentire frullate, in un unico calderone, le migliori idee dei Causa Sui (per l’avvolgente calore delle chitarre), dei Colour Haze (per la ricca effettistica, mai invadente) e dei Quest For Fire (per l’ampiezza dei cromatismi). I greci, dal canto loro, aggiungono generose dosi di space-funk (“Space Tunnel”), sonnolenti ganci à la Dead Meadows (“Downer” sarebbe stata una perla aggiunta alla corposa scaletta di “Warble Womb”), scroscianti cascate di quinta (“I Am The Beyonder”) e splendide fate morgane di crepuscolare americana (“Waves”, dall’armonizzazione semplice ma pressoché perfetta).

Assodato: i Naxatras non cambieranno il mondo. E sì, certo, ogni tanto spuntano quelle lungaggini tipiche degli esordienti vogliosi di strafare (“The West” è onesta decalcomania degli OM e nulla più). Nel complesso, comunque, il s/t gode di ottima longevità: eccezionale, persino, se consideriamo la media generale. Onestà assoluta: non vediamo l’ora di ascoltare il sophomore.

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