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R Recensione

7/10

Plastic Man

Don't Look at the Moon

La Firenze psichedelica (targata Black Candy) mette un altro colpo a segno. Dopo l'ottimo terzo lavoro dei Vickers (“Ghosts”, 2014), l'esordio dei Plastic Man, trio composto da Raffaele Lampronti (voce e chitarra), Diletta Casanova (basso) e Leonardo Innocenti (batteria), aggiunge un solido tassello ad una scena che si dimostra vivissima (tra i nomi di punta i Go!Zilla e i Platonick Dive).

Don't Look at the Moon” è un variopinto impasto di pop psichedelico che mette insieme revivalismo sixties e trasformismo contemporaneo, unendo le componenti in piena libertà e scongiurando fin da subito ogni timore reverenziale verso i protagonisti della scena internazionale.

La prima “North Polar Band” ci apre nel migliore dei modi le porte per il mondo dei Plastic Man: strati in reverb su cui impattano chitarre fragorose, mentre il basso scandisce un motivo plastico e giocoso, per una filastrocca acida di grande impatto. In “Blue and Black Dream” la sessione ritmica fa molto più del suo dovere, definendo e plasmando gli spazi entro cui si muoveranno le chitarre distorte -che pure fanno la loro porca figura, soprattutto nel solo acido del finale- e i vocals immersi nei riverberi. I brani da citare sono molti: una “Black Hole” satura di impeto garage-punk, una “Needle Point” che si sviluppa lenta sulle variazioni chitarristiche dell'ottimo Lampronti (che prima ricama una nenia riverberata, poi erompe in un assolo caustico), una “Don't Look at the Moon” che è lunatica nei suoi cambi di registro, passando dai tremolo spettrali delle strofe agli stacchi di da luna park barrettiano, o ancora una briosa e scattante “He Didn't Know”, sgambettante filastrocca che è dimostrazione dell'estro e della buona scrittura della band.

Le chitarre fuzzose di “Rolling Machine” e “Sun is Going Mad”, il garage-mod di “Tom's Tree”, l'organetto stralunato di “Mike, the Center of the World”: ogni pezzo convince e diverte, per una scaletta fluida e scorrevole. Un album che piacerà molto agli appassionati del genere ma non solo: in “Don't Look at the Moon” domina una squisita sensibilità pop dalla presa assicurata e per niente scontata, dove sporcizia anni Novanta, echi garage-sessantiani e leggerezza indie contemporanea convivono in un abbraccio ben saldo.

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