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R Recensione

6,5/10

The Perc Meets The Hidden Gentleman

Praha

C’è qualcosa di inspiegabilmente attraente nella musica di The Perc Meets The Hidden Gentleman, il “duo più idiosincratico della scena germanica” come vennero definiti dalla stampa inglese negli anni ’90, all’apice della notorietà. Sarà la disarmante vena naif con la quale riescono a mixare due generi opposti come il prog e la new wave, o, forse, l’ingenuità e l’ironia che impiegano nel ripercorrere, con una marcata inflessione teutonica, decenni di stereotipi del rock’n’roll. Fatto sta che campioni di curiosità ed eclettismo i due, all’anagrafe Tom Redecker ed Emilio Winschetti, lo sono stati per davvero, a scorrere una discografia partita agli inizi degli anni ’80 nel segno del minimalismo avantgarde, con “Two Foozles At The Tea Party” (1989), proseguita virando verso le ballate acustiche di “The Maid Of Delphi” (1990) per diventare, dal successivo “Lavender” (1991) precursori del movimento new psycho/stoner folk dalle parti di Brema e dintorni. Oggi i due hanno messo in stand by il gruppo e, mentre Redecker (The Perc) ha continuato con la musica, fondando il super gruppo kraut The Electric Family e l’etichetta discografica Sireena, Winschetti (The Hidden Gentleman) è passato all’arte ed all’industria cinematografica. Ma nel 1992, all’alba della pubblicazione di “Lavender”, insieme all’omonima Orchestra giravano per l’Europa raccogliendo consensi entusiasti ed infiammando platee, come quella di Praga, coprotagonista di questa istantanea live di una sera di metà febbraio, fino ad oggi circolata sotto forma di bootleg e diventata presto pezzo da collezione.

Il Bunkr club di Praga quella sera era stracolmo di gente e molti erano studenti americani davvero entusiasti e ben disposti a fare casino”, raccontano gli autori. “Una gran bella festa. Qualche mese dopo a Berlino venne alla luce una registrazione integrale di quella serata e, con l’aiuto dei nostri “agenti” a Praga riuscimmo a scovarne gli autori ed a metterci d’accordo per acquisire metà della tiratura che diventò parte del nostro merchandising. Un’altra versione venne incisa su audio cassetta, e nel 1998 ci fu la prima stampa su cd. Oltre vent’anni dopo ci sembrava giunta l’ora di rendere di nuovo disponibile quel grande concerto, a cui siamo riusciti ad aggiungere l’encore finale, fino ad oggi inedito”. E la ristampa meritava davvero di rivedere la luce, nonostante una registrazione buona, ma con qualche pecca, per la grande carica ed intensità che i due, chitarre e voci, coadiuvati da Jochen Schoberth alla chitarra, Harry Schroder al basso, Frank Jelitto alla batteria, “Reverend” Erik Huhn alle tastiere e Birdbox alle percussioni, riescono a riversare sulla vociante platea. Dopo l’intro/presentazione della band su tappeto di synth floydiani, si parte con la suite “The Lavender Cantos”, quindici minuti divisi fra una noir ballad alla Nick Cave (“Vermilion Sands”), un intermezzo a base di sitar e percussioni (“Himinam Ana Airthai”) e le chitarre e tastiere psycho di “Seven Flags On The Peak”. L’atmosfera e le chitarre si scaldano con la successiva “This Moon Of Both Sides”, un vortice in 4/4 che ad ogni giro si arricchisce di nuovi elementi, con la chitarra di Schobert assoluta protagonista. Si respira per qualche minuto con la ballad “Man-I-Toba”, elegantemente costruita sui dialoghi fra chitarre e tastiere, per poi tornare a far salire il ritmo con l’incalzante refrain di “Bronx Vanilla”, declamata con enfasi semiseria. Il finale, dopo le acustiche “Respect And Devotion” e “Hotel Of Empty Soul”, è occupato dalla tribale “Heya”, un kraut’n’roll che porta al parossimo finale l’esibizione, completata dal groove avvolgente di “Swallow Me Blind”, con le chitarre elettriche libere di spaziare sul pulsare del basso e delle percussioni. 

Gran bella festa davvero, ed auspicio per un ritorno sul palco, prima o poi, della premiata ditta Redecker & Winschetti.

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