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R Recensione

6,5/10

The UFO Club

The UFO Club

 Se c'è di mezzo Christian Bland (The Black Angels) c'è sicuramente da leccarsi le dita. Di che si tratta è facile capirlo: The UFO Club rende onore al mitico locale della stagione psichedelica londinese, fornendo una chiara indicazione sulla natura del progetto condiviso con Lee Blackwell (Night Beats).

 Eh si, avete indovinato: anni Sessanta a palla, tra garage, riverberi, fuzz e psichedelia. Un intento esplicitamente revivalista, un tributo dichiarato. Ma qualcosa va storto, perché nonostante l'impegno profuso per suonare vintage, ecco che (inevitabilmente) spuntano tracce di contemporaneità. Prendiamo ad esempio Surf Shitty: un surf rock alla Ventures trasfigurato però da dosi massicce di distorsioni, da una furia che poco ha da spartire con l'epoca di riferimento. O ancora Wolfman, psychobilly febbricitante e schizzato, dove vanno a mescolarsi Sonics, Cramps, Spacemen 3 e Seeds. Band, quest'ultima, citata in una versione particolarmente efficace di Up in Her Room, resa ancora più ipnotica e sclerotica dell'originale (che rimane però, ça va sans dire, insuperabile). Riuscito anche l'esperimento di rivisitazione di un brano come Be my Babe (Ronettes), vicino per certi versi ai tentativi dei Shannon and the Clams, anche se il meglio arriva con Bo Diddley Was the 7th Son, cavalcata lisergica condotta sulla traccia di una Hey Bo Diddley stravolta, per un risultato sopraffino.

 Le chicche sono ancora tante (John the Cat, Chapel) e, per quanto non si tratti di nulla di epocale, il risultato complessivo si conferma godibilissimo, soprattutto per i patiti del genere. Una formula dura a morire, in questo caso affrontata con la dovuta devozione. Un consiglio: alzate il volume e fatevi un giro. Il divertimento è assicurato.

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