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R Recensione

6,5/10

Wooden Shjips

Back To Land

Il suono Wooden Shjips ha fatto scuola. Il primo album omonimo ha rappresentato una piccola pietra miliare nell'ambiente kraut-space-psych. I motivi circolari ed ipnotici che caratterizzavano le composizioni erano immersi in un mare di fuzz, riverberi, eco espansi per una resa sonora profondissima. L'unione tra l'estetica fricchettona west-coast (il vocalist Ripley Johnson pare una sorta di santone) e il rigore sballato del rock tedesco. Dopo quel folgorante esordio i Wooden Shjips hanno continuato a produrre, arrivando con questo Back To Land al quarto lavoro in studio. Il sound, in sostanza, sempre quello.

Nonostante piccole variazioni di mood la sostanza non cambia. Se l'esordio era un fulmine a ciel sereno, un piccolo gioiello di efficacia e sintesi psichedelica, le ripetizioni successive non hanno fatto che smussare l'evocatività originaria. Nulla di così grave: i nostri rimangono tra la crème della scena, abili manipolatori della loro creatura sonora (ci si chiede però quali siano ancora le aspettative di maturazione dopo sette anni di immutabilità).

Variazioni sul tema, dunque. Un suono fattosi progressivamente più “concreto” (un ritorno alla terra, per l'appunto), privilegiando pezzi più accessibili (processo inaugurato con il terzo West) e divagazioni space meno astratte (cosa che rendeva così stimolante il primo -e in parte il secondo- album). Rimane un suono “hard” netto e ficcante, a suo modo pulito, per un'ibridazione tra Black Rebel Motorcycle Club, Pontiak e The Fresh & Onlys.

Ed ecco quindi che il riff di Back To Land pare smussato, addolcito rispetto al passato, consacrato al dispiegarsi di una melodia essenzialmente catchy (!). Abbondano gli orpelli solisti, i virtuosisismi chitarristici, le organettate più sixties che space. Più krauta appare Ruins, con le sue reiterazioni circolari ossessive (riprese in Ghouls e In the Roses), capaci di portare alla mente dei Suicide spogliati di ogni tensione psicotica. These Shadow è un mid tempo psych-rock dove, tra pennate di acustica ed eleganti interventi solisti, si da' vita al pezzo più “classic” della band di Johnson (assieme all'ultima Everybody Know), mentre Other Stars è una solenne cavalcata strutturata su una linea d'organetto subissata da fuzz e riverberi. Poco aggiunge al lotto invece Servants, variazione sul tema del “brano tipo” alla Wooden Shjips.

Non uno sfacelo ma nemmeno un trionfo. I pezzi scorrono lisci come l'olio senza però dire nulla di nuovo. Un peccato di poco conto, per gli appassionati del genere. Un problema un po' più grave per chi crede che ogni scena che conti debba saper oltrepassare il proprio orticello, comunicando con una platea più vasta. La stessa, solita, buona solfa: questo è quanto si riesce a concedere a Back To Land.

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