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9/10

The Adverts

Crossing the Red Sea With The Adverts (2011 Reissue)

La presente recensione si riferisce alla reissue del 2011 edita dalla Fire Records. Nel 2014 è uscita, licenziata dalla stessa etichetta, la riedizione in doppio vinile.

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Despite -or maybe because of- the hostile shouting from the audience between numbers, and our own appalling performance for the first half of the gig, suddenly we started to pull together. It was a typical Adverts moment” - T.V. Smith

Così Tim “T.V.” Smith, frontman degli Adverts, ricorda uno dei concerti del periodo d'oro della band. Primi mesi del 1978, Crossing the Red Sea With the Adverts è uscito da poco. Roundhouse, Londra. Un concerto che rivive -in parte- grazie ad un vecchio registratore piazzato dal nuovo batterista John Towe all'insaputa del gruppo. Un registratore davvero vecchio, che richiese una delicata procedura di “tape baking” per stabilizzare gli ossidi di ferro sulla superficie del nastro (avete presente i Disintegration Loops?). Niente da fare: la prima parte della registrazione era fottuta (“Non mi è dispiaciuto”, scrive T.V. Smith raccontando di una prima metà del concerto brutalizzata dalle urla degli skinhead e dai lanci di bottiglie ed oggetti vari). Ecco però che a partire da metà esibizione tutto inizia ad andare nel verso giusto: la band ingrana, la qualità sonora è accettabile e il concerto fila nel migliore dei modi.

Una chicca, questa, contenuta nella riedizione curata dalla Fire Records dell'esordio della storica band londinese. Una riedizione che, pur sacrificando la bellissima copertina originale, regala agli appassionati tutto il materiale registrato dalla band prima che questa passasse alla lavorazione del secondo Cast of Thousands (RCA, 1979). Originariamente edito dalla Bright Records, Crossing the Red Sea (registrato da un veterano come John Leckie agli Abbey Road Studios) rappresenta uno dei traguardi (punto d'arrivo e di partenza) della stagione di fine anni Settanta, lanciando ponti verso la nascente corrente post-punk, più che ascriversi al punk propriamente detto. Il suono -seppur feroce e tiratissimo- è affettato, intelligente e sottile, colmo di inusuali tinte dark e di un avanzato gusto noise. Nel loro esordio gli Adverts offrono più che uno sfogo di stampo “no future”, dando vita a brani più facilmente accostabili ai lavori di Gang of Four, Wire e Stranglers, proiettati in avanti e capaci di spingersi oltre gli angusti confini del punk tout court (T.V. Smith, ad esempio, era un estimatore di Sparks e Cockney Rebel).

Basti la splendida “On the Roof” per rendersi conto della marcia in più: un incedere lento e spettrale che conduce al riff affilatissimo del chitarrista Howard Boak “Pickup” (che ricorda il McGeogh dei Banshees), per poi esplodere in un anthem al fulmicotone destinato a rannicchiarsi nuovamente nella strofa rallentata e dolente. Il brano è tutt'altro che lineare, come dimostra il bridge dopo il secondo ritornello, cui segue l'inesorabile cavalcata finale. Stesso discorso per “Gary Gilmore's Eyes” (che non appare nella tracklist originale del 1978, pur venendo puntualmente inclusa nelle riedizioni successive): un brano goth-punk che potrebbe essere stato scritto dagli Stranglers, sorretto da un basso insistente che potrebbe essere quello di un Peter Hook, mentre è quello della grande Gaye Advert (davvero un valore aggiunto per la band). O ancora per “Bombsite Boy”, che si propone come un coacervo di sinistri rumori ambientali, chitarre scricchiolanti, lamenti deviati, prima di ingranare in uno spigliatissimo anthem punk-rock. Inutile dilungarsi sulle hit conclamate dell'album: “No Time to Be 21” offre uno dei migliori spaccati generazionali dell'epoca, “One Chord Wonders” è una delle tirate più entusiasmanti del punk-rock tutto, una cavalcata roboante ed infuocata a base di chitarre sfrigolanti e sessione ritmica martellante che fa il paio con la altrettanto magistrale “Bored Teenagers”, lucido tributo al vuoto generazionale del 1977 (“We're just bored teenagers / Looking for love / Or should I say emotional rages / Bored teenagers / Seeing ourselves as strangers”) che, tra il riff rutilante di Howard Boak, il drumming schiaccia-sassi di Laurie Driver e l'incalzare del basso di Gaye Advert (ottimo anche il solo sul finale), non lascia un attimo di tregua. Un trittico iniziale da capogiro, quello che si conclude con l'altrettanto memorabile “New Church”, dove Smith assume il ruolo di istrionico e trascinante predicatore punk.

Pezzi come la favolosa “Newboys” sono anelli mancanti tra Velvet Underground, Stooges, New York Dolls e il rock prossimo a venire, mentre un gioiellino come “Safety In Numbers” è stato sicuramente studiato a memoria dai tanti protagonisti del revival wave degli ultimi anni. Un lavoro imperdibile, capace di dispensare innumerevoli assi nella manica (cos'è “Drowning Men” se non uno dei più bei pezzi power-punk-pop mai scritti?) ed entusiasmare ancora dopo trentasei anni. Un lavoro che la Fire Records ha impreziosito con inserti utili a chi non volesse farsi scappare nulla di quanto prodotto dalla band tra il '77 e il '78. Crossing The Red Sea With the Adverts rivive nel migliore dei modi.

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benoitbrisefer (ha votato 8 questo disco) alle 11:41 del 23 ottobre 2014 ha scritto:

Una vera gemma punk che, come acutamente Matteo suggerisce, già getta luce sull'incipiente post-punk da una parte e dall'altra non rinnega radici VU et similia. E infatti spesso, a riascoltarli, mi fanno venire in mente i momenti più rock e tirati dei coevi Only Ones (No time to be 21 è emblematica)