V Video

R Recensione

8/10

Black Mountain

IV

Stephen McBean è un canadese di quelli giusti. Lo noti da piccoli ma significativi particolari: la folta barba sciamanica, una stilosa e paracula autoironia che non guasta mai nelle interviste, la quieta perseveranza nel riscrivere la sua personale versione dell’heavy-psych più credibile e retrofuturista dai tempi di Rocco Buttiglione ministro ai beni culturali (“Druganaut” uscì nel lontano 2004), e scusate se è poco. Uno che ci sa fare, il nostro Stephen, fottutamente concreto anche quando suona incappucciato con una double guitar degna di Michael Angelo Batio, guardare per credere il videoesoterismohippiekitschmetallaro del singolone “Mothers Of The Sun”, un po’ Jodorowsky da supercazzola cristologica, un po’ Marina Abramovic in gita new-age a Sabarimala. Il chitarrista, vocalist e leader del moniker Black Mountain, nonché del side-project sempre targato Jagjaguwar che va sotto il nome Pink Mountaintops, è quello che si potrebbe definire un convinto riformatore para-luddista dello studio di registrazione, abile a scandagliare e miscelare in vitro un’efficace, ludica sintesi contemporanea della migliore hard-psichedelia settantiana. Prendete gli 8 minuti e 34 sec. della già citata “Mothers Of The Sun”, dinamica mini-suite che s’apre tra fantasmatici rintocchi ambient e un rifforama ciclope di sponda Black Sabbath/Soundgarden a gorgogliare la voce ieratica di McBean con il lirismo della prodigiosa Amber Webber, per poi inerpicarsi in un epico call & response di circolare e multistratificato kraut-prog cosmico. “We're back in school, ain't no fooling when you've been fooled…Mothers of the sun, your children had it rough…” Spettacolare, no? A voler azzardare innocenti metafore scribacchine direi un distopico “Nuovo Mondo” di Huxley traslato all’età della pietra filosofale social.

“When you looked in my eyes, i was thinking of suicide…And when your lips fell on mine, i was counting all our friends who’ve died.”

Con quell’innata nonchalance da fieri custodi del loro tempo/tempio i Black Mountain t’ispirano fiducia, la stessa che millenni fa doveva distinguere certi arcaici cavalieri muniti di spadone e croce rossa su campo bianco, gente intemerata e tosta che ebbi modo di apprezzare nei minuti finali di “Indiana Jones e l’Ultima Crociata” (grazie Spielberg per questo romantico ricordo adolescente): sì, proprio quei mitologici Templari, il probo ordine militare-religioso fondato nel 1119 a Gerusalemme da Ugo di Payns per la difesa dei luoghi santi e la salvaguardia dei pellegrini. Il quarto volume BM è dunque una potente e chiara dichiarazione d’intenti “concettuale” messa in atto fin dall’immaginifica copertina, con quel monumento vintage al post-modernismo supersonico che fu il Concorde SST anglofrancese a sfrecciare nei cieli e il IV romanico di nobili echi Zeppelin/Sabbath impresso sulla deriva alare posteriore. A significare opposti che s’attraggono, ancora una volta, attraverso l’algido cuore synthetico di tastiere analogiche, mellotron e computer ibrido all’umore dei legni elettro-acustici, come nelle robotiche emanazioni Kraftwerk di una “You Can Dream” che accentua e deflagra i Rush synt-prog periodo “Moving Pictures” e “Signals”, peraltro già omaggiati (insieme agli scenari post-apocalittici Hipgnosis del Dirigibile di “Houses Of The Holy”) nel solito curatissimo artwork del tastierista Jeremy Schmidt, con il battito sinusoidale anni zero Daft Punk: salve, veniamo da Vancouver e possiamo stupirvi con effetti speciali e colori ultravivaci perché noi siamo scienza stoner-psych-folk, non mera fantascienza museale per vecchi riccardoni nostalgici. Tutto vero, poiché i quattro canadesi sanno citare, smontare e rimontare pervasivi flashback anni ’70/’80 sedimentati nella nostra memoria senza sterile e/o caricaturale compiacimento, rara dote che rende la musica dei Black Mountain qualcosa di sapientemente antico ancorché rilevante, attuale. “All of your modern music, oh we feel afflicted” cantavano non a caso, sarcastici, agli inizi.  

“When all that seems to be cloud in our dreams, come into the sun…”

Dopo l’eclettico esordio omonimo datato ormai ’05, l’ambiziosa grana prog/sci-fi di “In The Future” che li consacrò fra le next big thing mondiali, la limpida classicità del zeppeliniano “Wilderness Heart” e il soundtrack “Year Zero” (2012) la band della British Columbia formata da Stephen McBean, Amber Webber, Jeremy Schmidt e Joshua Wells  trova con “IV” il proprio definitivo epicentro formale (con l’occasionale apporto al basso e alle chitarre di Arjan Miranda nelle sessioni avvenute fra gli studi losangelini The Red Room e il The Balloon Factory di Vancouver), ben coadiuvata in sede di produzione e missaggio presso gli Avast Studios di Seattle dall’esperto di spaziosità drone-metal Randall Dunn, noto per le collaborazioni con Earth, Boris e Sunn O))). Il risultato è la prova più compiuta a nome Black Mountain ex-aequo con l’affine e celebrato “In The Future”, un magnetico caleidoscopio sonoro che viaggia proteiforme fra il boogie di aspro scintillio glam infettato new-wave di “Florian Saucer Attack” (Warren Hill dei Radio Berlin ai cori) e le scie dark-synth, da cinematico lost theme di John Carpenter, che schiudono l’electro-funk di cibernetico wah-wah “Defector”. Un denso, policromo manifesto che dall’aureo folk Fairport Convention contrappuntato dal timbro di una bucolica Webber sempre più al crocevia Grace Slick/Sandy Denny/Björk (“Line Them All Up”, dove agli arrangiamenti orchestrali di viola, violini e corno francese figurano Eyvind Kang e Josiah Boothby) muove verso il luminescente wave-pop bowieano à la “Ashes To Ashes” di “Cemetery Breeding” e a un pregiato trittico finale di pura predominanza psych: “(Over And Over) The Chain”, misterico mantra che coniuga i Pink Floyd di “Meddle” e supernove astrali Hawkwind al presente, la suggestiva “Crucify Me”, notevole variazione sul tema dell’immanente post-folk Big Star di “Kangaroo”, a scavare infine un varco atmosferico nei nove minuti di “Space To Bakersfield”, elegiaco e dilatato trip di coordinate spaziotemporali Jefferson Airplane-Amon Duul-Dead Meadow con acidula coda Kaukonen a chiudere in gloria questi cinquantasei minuti di sfacciato, libero suono tridimensionale. Ponendo di fatto, autorevolmente, la Montagna Nera di “IV” tra i più incisivi e importanti lavori del 2016. Come l’iconico e inusitato volo di un Concorde oltre Mach 2 che si staglia altissimo sulla (surreale) tavolozza del nostro caos terreno: questo rappresentano, oggigiorno, i Black Mountain in un panorama rock avaro di validi e plausibili anti-eroi moderni capaci di saper soggiogare il passato reinventandolo.                  

V Voti

Voto degli utenti: 6,6/10 in media su 7 voti.
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zagor 7/10
luca.r 5/10
zebra 6,5/10
motek 6/10

C Commenti

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Utente non più registrato alle 8:25 del 29 aprile 2016 ha scritto:

Non male

zagor (ha votato 7 questo disco) alle 13:20 del 6 maggio 2016 ha scritto:

Un disco solido e una buona conferma, loro mi hanno sempre fatto pensare ai Motorpsycho per quel rileggere gli stilemi hard-psichedelici anni 70 in chiave indie e a volte persino lo-fi ( penso a un brano come Florian Saucer Attack), anche se manca il guizzo di genialità assoluta.. Grandiosa la recensione, come al solito.

Marco_Biasio (ha votato 7 questo disco) alle 16:29 del 15 maggio 2016 ha scritto:

Mi sembra un ottimo disco! Sento di sottoscrivere il commento di zagor, anche se, più che i Motorpsycho, io ci sento la big scene (ex?) indie canadese. Decisamente non banale, per essere un prodotto hard rock... Aspetto ancora qualche ascolto prima di votare, ma al 7 ci arriva sicuramente - preferisco, di poco, In The Future.

Utente non più registrato alle 20:16 del 15 maggio 2016 ha scritto:

Martedì 5 Luglio 2016

Padova, Parco della Musica

Utente non più registrato alle 21:30 del 15 maggio 2016 ha scritto:

Lunedì 4 Luglio, Villa Ada Festival, Roma

Mercoledì 6 Luglio, Mojotic Festival, Genova