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R Recensione

5/10

Crippled Black Phoenix

White Light Generator

V’era un tempo, lontano, in cui le fenici sfilavano su paesaggi sublimi, su brughiere epiche, sospinte da una fragilità umana capace di farsi rombo, folgore, rapsodia. Il loro era il suono dell’introversione magniloquente, delle gesta eroiche. E degli eroi, da sempre, preferiamo leggere le reticenze, il non detto, il mitologico, l’arcano. Le prove di abilità, lo spiccato superomismo, i bagni di sangue galleggiano su di una dimensione volgare (-izzata) che nulla ha a che vedere con le bianche dita che si gettano sull’arpa come un nugolo di frecce su uno stormo di cigni. Soffia una brezza ingannatrice all’orecchio di chi per primo ascolti l’arpeggiato di “You’ll Be Murdered”, un pizzicare di corde che è preludio allo sfilare dinoccolato di un’endtime ballad fuori tempo massimo, un sofisticato incrocio genetico di “Crossing The Bar” e “Fantastic Justice” con, in più, un sovrabbondante patetismo lirico (Daniel Änghede non ha certo la stoffa, ruvida e sincera, di Joe Volk) ben mascherato dai gilmourismi chitarristici di Karl Demata. “We Remember You” è un languido carboncino che cresce poco a poco, una scintilla caricata dal possente drumming di Justin Greaves e dalle sei corde in slide perpetua: la coda si frange su di un arrangiamento Constellation di pregevole fattura, tra apocalittici valzerini pianistici e lucidi fiati in penombra. “A Brighter Tomorrow”, a dispetto del titolo, sfuma nell’indefinitezza di una nenia Mogwai coronata dalle sincopi soffocate di una drum machine eccezionalmente spazzolata.

Si presenta così la tripletta di punta di “White Light Generator”, settimo disco in sette anni (uscito anche come doppio LP) dei Crippled Black Phoenix. Sono le ultime tre canzoni di un full length al solito corposissimo – settanta minuti su tredici pezzi –, i primi ed unici tre sussulti (se l’esplicito richiamo al proprio passato prossimo possa essere considerato tale) non solo del lato d’appartenenza (il “bianco”) ma, sui generis, dell’intero lavoro. Letti con taglio critico da chi ha molto amato il metamorfico complesso, almeno sino a “I, Vigilante”, non possono non suonare come uno sgradevole contentino, un’eredità quasi obbligata e stancamente trascinata in un presente che, evidentemente, non possiede e non può possedere quelle fattezze. Della formazione originale (quella che, per capirci, qualche era geologica fa scrisse “A Love Of Shared Disasters”) il solo Greaves è resistito al passare degli anni, degli album, degli ingressi e delle defezioni. I Crippled Black Phoenix più snelli di sempre – solo sette membri: fuori anche il violoncello di Charlotte Nichols, tra gli altri – affrontano la loro prova studio con il cipiglio che, da “(Mankind) The Crafty Ape” in poi, li ha contraddistinti: eminentemente classico.

È, in fondo, un opus rock come se ne facevano una volta: massiccio, ridondante, schematico. La suite “No!”, divisa in due movimenti, attacca come la vecchia “We Forgotten Who We Are”, di cui conserva peraltro intatto sia il tiro che la granulosità: il prosieguo è solo la dimostrazione dell’amore di Demata per i Floyd di “The Dark Side Of The Moon” e “Wish You Were Here”, tra arpeggi dorati e flanger assassini. All’irrobustirsi dei toni scappa pure qualche risata: indifendibile “Parasites”, un blues elettrico scia Soundgarden totalmente fuori luogo; la title track rigira fiacchi stilemi post grunge con cipiglio industriale à la A Storm Of Light; anche “Let’s Have An Apocalypse Now!”, badilata doom senza troppa fantasia, aggredisce senza affatto convincere. Il “nero” si risolve, insomma, in un (completo) disastro. È possibile salvare ancora qualcosa nella seconda parte, già sommariamente sviscerata all’inizio della nostra analisi: l’alternanza di voci in “Wake Me Up When It's Time To Sleep”, con il morbido timbro di Daisy Chapman anestetizzato nelle soffici volute psichedeliche di piano e chitarra, o l’inedito Greaves di banjo munito che fa capolino nella gothic story di “Caring Breeds The Horror”.

La verità, però, è che non c’è davvero nulla di cui parlare. Nulla da poter veramente criticare, ancor meno da elogiare. Un horror vacui di medietà (o mediocrità, a seconda dei punti di vista) il cui fondo, come quello di un gigantesco calderone, a tratti non si scorge. L’iniziale strimpellata acustica, “Sweeter Than You”, è una cover di un vecchio brano di Ricky Nelson, datato 1959.

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swansong 7,5/10

C Commenti

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swansong (ha votato 7,5 questo disco) alle 15:51 del 14 aprile 2014 ha scritto:

Aspettavo con estremo interesse il nuovo lavoro dei CBP che, ribadisco, per me sono fra i gruppi più interessanti comparsi nel panorama rock dell'ultimo decennio. Dopo la veloce parentesi dello scorso anno (il tutto sommato "scolastico" - per i loro standard - ep No Sadness Or Farwell, che comunque almeno un paio di perle ce le ha regalate), mi sono apprestato a gustare quest'ultimo lavoro con una certa titubanza: fare meglio di quel monumento epico e deflagrante che risponde al nome di (Mankind) The Crafty Ape sarebbe stato molto difficile ed in effetti – mettiamolo subito in chiaro – i pur sempre eccellenti CBP, non ci sono riusciti. Ma, mio personalissimo parere, ci hanno regalato ancora una volta una piacevolissima parentesi di sano e passionale “anthem”(?) rock.

La puntuale, come al solito, analisi di Marco potrebbe, per certi versi, trovarmi d'accordo; quella sensazione di parziale delusione l'ho avvertita anch'io, soprattutto ai primissimi ascolti ed il precedente vocalist, in effetti, si lasciava preferire, sebbene, nell'economia della proposta musicale dei Crippled, ho sempre ritenuto l'apporto vocale del tutto secondario. Tuttavia, l'album è cresciuto e sta ancora crescendo con il tempo. Come un ottimo vino, lasciato decantare, sta acquistando sapore e persistenza. Detto questo, non credo sia giusto parlare dei Crippled del 2014, facendo riferimento a quelli dell'esordio che erano, di fatto, un altro gruppo, sebbene siano passati “solo” 7 anni. È chiaro che oggi i CBP sono altro e hanno altro da proporre.

Il punto, o la domanda da porsi, semmai è: hanno ancora qualcosa di interessante da dire? Secondo me sì, eccome, ma non per 70 e passa minuti. Anzi, volendo dirla tutta, la considerazione appena fatta potrei allargarla all'analisi di quasi tutti i loro lavori. In White Light Generator (qualche citazione subliminale nella scelta del titolo?) ce ne sono, a voler essere generosi, almeno 20 (minuti) di troppo. Vediamo.

Per quanto carina e ben eseguita, la cover di Ricky Nelson messa così all'inizio non l'ho capita. Mi è parso un divertissement inutile, un calligrafico esercizio di stile, fra l'altro del tutto disunito dal contesto; un po' come quella dei Journey in I, Vigilante, che, però, un certo fascino trascinante l'aveva e si fa ancora ascoltare che è un piacere. Trovo del tutto priva di interesse anche la noiosa cavalcata “doomeggiante” Let's Have an Apocalypse Now!, che si aggiudica la palma di peggior canzone in assoluto dei nostri. In generale, anche nelle canzoni “senza infamia e senza lode” (Black Light Generator, Northern Confort, Caring Breeds The Horror ed aggiungerei anche la tediosa, ultima, A Brighter Tomorrow), l'impressione è che i nostri la tirino un po' per le lunghe con ossessivi giri ipnotici che, più che affascinare, rischiano al fin fine di annoiare.

Per nostra fortuna, però, in mezzo a tanta (troppa?) sufficienza, i CBP ci offrono anche l'ennesima dimostrazione di gran classe dove si palesano, ancora una volta, assoluti padroni del campo nel loro gioco preferito: costruire splendide ballate neo-psichedeliche ed irretirci con melodie che oggi si fatica a trovare altrove. Come non rimanere incantati di fronte agli splendidi arpeggi gilmouriani ed ai crescendo di NO! Part 1 e 2; alla coda infuocata di quel piccolo gioiello che risponde al nome di Parasites, alle atmosfere inquietanti di Wake Me Up When It's Time To Sleep e, soprattutto, di We Remember You, a mio parere la migliore del disco? No, non si può rimanere indifferenti. Ancora una volta i CBP centrano il bersaglio e sfornano un disco che, sebbene con i difetti cui accennavo, mi pare offra, tutto sommato, più luci che ombre. Io lo consiglio e, comunque, in attesa degli Anathema direi che mi posso ben accontentare..

Marco_Biasio, autore, alle 19:09 del 14 aprile 2014 ha scritto:

Una bella analisi la tua che completa, di fatto, la mia. Penso sia l'altra faccia della stessa medaglia... Chi ha visto lo stesso cambiamento ma l'ha apprezzato, pur nelle sue criticità (esemplare il fatto che citi anche tu come miglior pezzo We Remember You). Io non l'ho apprezzato e penso proprio che non siano più la mia tazza da tè. Detto questo, un piacere averti letto e ritrovato.

swansong (ha votato 7,5 questo disco) alle 11:52 del 15 aprile 2014 ha scritto:

Grazie Marco! Sono d'accordo con te. Pur ascoltando lo stesso disco, abbiamo messo in luce i due lati della stessa medaglia. Io li trovo ancora interessanti e degni di nota, tu li stai "mollando", ma sono sicuro che darai loro, comunque, un'altra possibilità... Di solito acquisto dischi del passato - anche remoto - e cerco di arricchire la mia discografia "originale" (ci tengo a sottolinearlo), dando la precedenza ai grandi dei 60 e 70 (fucina smisurata di splendidi capolavori, grazie VDGG! ). Fra i "contemporanei", invece, riservo l'acquisto "a scatola chiusa" solo a pochissimi nomi, i Crippled Black Phoenix sono fra questi, vorrà dire qualcosa, no? ..e, comunque, devo ringraziare te e SdM (e Classix!) per avermeli fatti conoscere! Ciao! P.S. in realtà non ero sparito, leggo sempre SdM, ma scrivo ed intervengo un po' meno, vuoi per il tempo, vuoi, perché ho notato un sensibile spostamento dei contenuti e degli approfondimenti verso territori musicali che non sento miei...

Utente non più registrato alle 16:12 del 6 gennaio 2015 ha scritto:

Neanche mankind al 50% di sconto, mi ha spinto all'acquisto di un originale dei CBP...ma inutile ripetermi...

Ringrazio swansong x il "parziale" riconoscimento... ma ci sarebbero anche gli '80/'90 (Porcupine Tree, un nome per tutti...)/2000...