V Video

R Recensione

5/10

The Poison Arrows

Newfound Resolutions

L’atmosfera è rarefatta, l’aria irrespirabile e soltanto un filo profondo di voce, poco più di un rantolo, poco meno di un lamento, spezza i rumori tremanti delle strade scure di Chicago, come se questa città affogata dentro la notte esistesse davvero, al di fuori della mente angosciata di chi la sta vivendo e cerca in tutti i modi di guardarla con occhi tranquilli, fino a rassegnarsi nel perdere il proprio sguardo dentro gli angoli bui di una città che non esiste. Si potrebbe aprire così, con questo brano dal titolo “Tranquil eyes” un album che volesse compiere un percorso di redenzione, dall’abisso alla rinascita, ma qui non si tratta di questo: "Newfound Resolutions" si chiude in questo modo, senza alcuna speranza, senza più neppure un’illusione, cercando di proseguire idealmente un sentimento, quello del disagio disperato dentro cui cullarsi sensualmente e cinicamente, che nasce forse dal grunge arrivando alle atmosfere industrial di Marylin Manson e Nine Inch Nails, fino a quelle, differenti ma sempre emotivamente affini, di Tool e Kyuss.

Si tratta del secondo disco, creato a circa quindici mesi di distanza dal primo acclamato First Class, and Forever, a nome The Poison Arrows, band fondata a Chicago dall’ex bassista dei Don Caballero, Patrick Morris, e dall’ex Atombombpocketknife Justin Sinkovich (chitarra, voce e tastiere) insieme con il batterista Adam Reach. Il trio, coadiuvato dal sostegno alle voci e alle chitarre di componenti dei Black Heart Procession e dei Disappears, costruisce i brani secondo una gerarchia ben determinata: basandosi sulla fantastica ispirazione del basso di Morris, che traccia linee melodiche spesso claustrofobiche con uno slapping pesante, la batteria non si limita a dettarne il tempo, ma accentua e sostiene il vigore di ogni armonia, chiudendo però lo spazio alla voce di Sinkovich, che non si arrampica mai in acuti, ma resta sempre ancorata in quella profondità gelida e dannata senza emergere del tutto dalla musica se non grazie ai sostegni vocali che la raddoppiano, la seguono e la inseguono come echi e alle atmosfere dilatate create dalle sue stesse tastiere.

Questa struttura gerarchica dà forma alla maggior parte dei brani di "Newfound Resolutions", a partire dal primo, “Flawed Acumen”, dove basso e batteria costruiscono un ritmo epilettico che si lascia sovrastare dagli effetti cupi della tastiera liberando la voce nel suo rauco sussurro echeggiato, fino a “Inadmissible Architecture”, passando per “Steely Justice” e soprattutto “Interpretive Hunter”, nella quale il basso si prodiga in un giro secco e violento, quasi funk, dando lo spessore a una voce che si fa grunge, sprezzante e cinica, pesante come le chitarre che si moltiplicano al limite dello stoner ricordando le asfissianti atmosfere dei Melvins.

Tuttavia la gerarchia dominata da basso e batteria non domina l’intero album: questi due strumenti si sottopongono spesso agli effetti noise di chitarre e tastiere, si abbassano al disotto delle sferzate elettriche della chitarra di Sinkovich e danno la forza mastodontica a divagazioni progressive-stoner, come nel caso di “Parting Gifts” o nelle cavalcate che compongono la sequenza finale composta da “Memory”, “Selective” e “Blacklist Grace Time”. Altra grande eccezione si ritrova in “Popular Look”: il ritmo è campionato, la musica è asettica, senza l’ombra del basso poderoso e poco ortodosso di Morris, senza chitarre né tastiere, soltanto la voce, a metà tra il sospiro depravato di Tricky e l’agghiacciante lamento di Trent Reznor (Nine Inch Nails), riesce a gettare l’ascoltatore dal vuoto fin dentro una stanza buia dove bagliori intermittenti di luci al neon lasciano intuire dei corpi nudi su cui cola del sangue.

The Poison Arrows sembrano ricercare un sound perfetto che riunisca la sensuale cupezza dei Tool (con cui il basso e la voce sembrano avere un debito) e la gelida schiettezza industrial dei Nine Inch Nails, la calda pesantezza monolitica dello stoner e il virtuosismo di un grande bassista qual’è Patrick Morris. L’impresa è di quelle più difficili e da questo loro secondo album ci si rende conto che l’obbiettivo non è stato raggiunto, ma che, nonostante tutto, questa perfezione non è più qualcosa di impossibile.

V Voti

Nessuno ha ancora votato questo disco. Fallo tu per primo!

C Commenti

Non c'è ancora nessun commento. Scrivi tu il primo!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.