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R Recensione

4,5/10

Volbeat

Rewind Replay Rebound

Con l’eccezione, comunque soggettiva, di “Outlaw Gentlemen & Shady Ladies” (2013), la carriera dei danesi Volbeat ha imboccato un’inarrestabile china discendente già dopo il secondo disco – e, ancor oggi, loro insuperato capolavoro – “Rock The Rebel / Metal The Devil” (2007), limitandosi a riproporre in versioni sempre più fiacche, autoreferenziali ed assimilabili quella vincente miscela di heavy metal, rockabilly e blues rock che ne ha garantito successo e visibilità a livello internazionale. Come a suggellare il detto che raggiunto il fondo non si possa far altro che continuare a scavare, a distanza di qualche tempo dal fiacco “Seal The Deal & Let’s Boogie” (2016) e all’indomani del corposo doppio live albumLet’s Boogie! Live From Telia Parken” (2018) il quartetto capitanato da Michael Poulsen, invece che raffreddare temporaneamente l’attività in attesa di tempi (e idee) migliori, torna a battere il ferro finché caldo con il settimo full lengthRewind Replay Rebound”, monstre nelle dimensioni (cinquantasei minuti e passa che, tra b-side e demo, diventano novantadue nella deluxe edition) e inconsistente nei risultati.

A proposito del titolo del disco, quando si dice i lapsus freudiani… Nomen omen: i Volbeat del 2019 non possono far altro che far ripartire e rilanciare all’infinito sempre la solita versione di sé stessi, questa volta ancora meno aggressiva e più radio friendly. Operazione certo anacronistica, ma di per sé non necessariamente disprezzabile. Il problema, ancora una volta, sta nelle canzoni, se possibile ancora più scadenti di quelle del suo predecessore. Inascoltabili, in particolare, i singoli. “Last Day Under The Sun” è un arena rock – con giro mezzo sgraffignato alla “Black Or White” di jacksoniana memoria – che sul finale si accartoccia nel singalong dell’Harlem Gospel Choir. “Pelvis On Fire” è l’ennesima, spompa variante di “Sad Man’s Tongue”. “Cheapside Sloggers” sembra per un attimo virare verso il thrash (tempo di far esibire l’ospite Gary Holt con uno dei suoi assoli meno memorabili di sempre), ma è il classico singolo metalbilly à la Volbeat. Le strane vibrazioni new indie rock di “Leviathan” (power chord a manetta e pedalare), infine, scaraventano il brano in un limbo difficilmente definibile. Non che al resto vada comunque meglio: per una scatenata “Die To Live” che frega il ritornello a “Marie Laveau” (esuberanti l’assolo lewisiano di piano di Raynier Jacob Jacildo e l’inserimento del sax di Doug Corcoran) e l’heavypopea ricca di pathos di “The Everlasting” (discontinua, ma interessante) si alternano lo scombiccherato hard boiled di “Sorry Sack Of Bones”, la sdolcinata ballata “When We Were Kids” (col tremendo arrangiamento d’archi di Francesco Ferrini), il mortifero mid “Cloud 9” e il country rock monodimensionale di “7:24” (Mia Maja al controcanto).

Potrete ascoltare “Rewind Replay Rebound” una come cento volte: sulla breve distanza lo ricorderete quasi per memoria uditiva, su quella lunga lo confonderete inevitabilmente col resto della produzione dei Volbeat. Sotto le assi di legno di salta: sopra si suda; dietro, i titoli di coda.

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