R Recensione

7/10

Doobie Brothers

The Captain & Me

Fautori di una musica dagli eccelsi e solari contenuti melodici e ritmici, autenticamente scuoti chiappe, risultato di un mix inevitabilmente californiano di rock, funky, rhythm&blues, country, jazz, persino bluegrass ed un pizzico di psichedelia, epperò estremamente epidermici e “leggeri” all’ascolto, i Doobie Brothers restano un fenomeno quasi esclusivamente americano: laggiù sono nell’Olimpo dei grandi, il resto del mondo si è invece sempre scaldato assai di meno nei loro confronti, etichettandoli tipicamente come gruppo da bikers. Per menti semplici, insomma.  

Che dire, non ho mai guidato una motocicletta in vita mia, mai posseduto un “chiodo”, quasi mai passato i sabati sera a sbronzarmi da un bar all’altro, ma coi Doobie Brothers è stato amore a prima vista, ed eterno. Ho sempre trovato ad esempio molta classe e personalità nella trama delle due chitarre, così diverse e complementari (lo strumming vigoroso e pieno di groove di Tom Johnston ed il tecnico e preciso ricamo in fingerpicking di Pat Simmons), tanta serenità nel modo in cui vengono organizzati i cori, tantissima spinta nella sezione ritmica “rinforzata” (due batteristi).  

Vi è, beninteso, una precisa fase della lunga carriera dei Doobies che non mi garba molto, manco a dirlo coincide col massimo riscontro commerciale (1976-1982) ed è legata alla presenza in formazione del pianista Michael McDonald: grande voce soul per carità, ma per lui un’eccessiva inclinazione verso l’easy listening, quello della specie più ruffiana che, iniettato in un gruppo già non troppo intenso e sperimentale, aveva secondo me fatto parecchi danni, allontanando buona parte dei fans della prima ora, i più musicofili, e banalizzando per sempre la loro reputazione musicale.   La formazione per fortuna ha avuto l’accortezza di ricompattarsi, all’alba degli anni novanta, nella formula iniziale, più sanguigna e molto meno blue collar soul, a mio gusto decisamente preferibile. L’ultimo album di inediti (“Sibling Rivalry”) risale al 2001, ha diverse ottime canzoni e speriamo che il futuro porti loro nuove uscite discografiche.  

The Captain & Me” coglie invece gli ancora giovani e capelluti Doobies al terzo capitolo della loro discografia. La formula è quella messa a punto nel precedente “Toulouse Street”, artefice dei primi, lusinghieri riscontri commerciali e contempla doppio chitarrista/cantante/compositore (Tom e Pat non scrivono mai insieme, riservandosi la voce solista nei loro rispettivi pezzi), doppia batteria e grande profusione di cori, squisitamente ispirati ad un glorioso e… (scusate) seminale gruppo sessantiano di quelle parti, i Moby Grape.  

La partenza dell’album suona poco efficace, “Natural Thing” è uno degli episodi meno interessanti in scaletta, un rocchetto in mid tempo nel quale fa oggi un poco di tenerezza ascoltarne i timidi inserti di sintetizzatore, all’epoca appena entrato di moda e che quindi andava inserito quasi obbligatoriamente, anche in contesti improbabili come questo.   Il disco si impenna subito dopo, con una coppiola di evergreen della band: la semiacustica e superfunky “Long Train Running” e l’elettricissima e spiritata “China Groove”. Nella prima, al di là del cantato blues tanto semplice da assurgere a tormentone, è il modo estremamente dinamico col quale dialogano le due chitarre a fare la differenza: la plettrata in sedicesimi generosissima ed abilmente “stoppata” di Johnston detta il ritmo, intersecandosi col contrappunto geniale di Simmons, che accenta in maniera completamente diversa le battute. Come nelle migliori cose dei Rolling Stones, qui comunque in un contesto più swingante, tecnico e westcoastiano, l’efficacia della doppia chitarra ritmica si mostra in uno dei suoi più micidiali esempi. Rock ballabile della migliore specie.  

La seconda, un’indiretta ode alla famosa Chinatown di San Francisco loro città di riferimento, gode di un riff schiacciasassi di Johnston, virato a rock’n’roll dal pianetto battente dell’ospite Bill Payne (all’epoca negli ottimi Little Feat).  

La seguente “Dark Eyed Cajun Woman” è una semiballata blues che scorre via senza infamia e senza lode, ma il capolavoro dell’album è dietro l’angolo; dopo che Tom Johnston ha dominato colla sua voce nasale e particolare (magari poco emozionante, ma costituente l’assoluto e ben distinguibile marchio di fabbrica dei Doobies) i primi quattro brani del disco, Pat Simmons prende le redini del gruppo e fa subito centro: sotto lo strano titolo “Clear As The Driven Snow” vi è una ballata soul/country resa sublime dal crescendo strumentale nella sua seconda parte, in cui dapprima Pat viene lasciato da solo a fare squisitezze con la sei corde acustica, suonata come suo stile in inusuale accordatura e pizzicando le corde con dei ditali di ferro; arriva poi tutto il gruppo ed anche l’orchestra per una grande galoppata, sempre più frenetica fino all’acquiescenza finale.  

Without You“ è un rock’n’roll acceso e sonoro, pieno di scolastici stop&go e in definitiva troppo prevedibile; non così invece “Evil Woman”, ennesima elegia verso una qualche donna crudele e pericolosa, resa con un ricercato arrangiamento ritmico, farraginoso ma geniale, in cui tutto è fuori posto: la cassa suona quando dovrebbe suonare il rullante e viceversa (il batterista “principale” dei Doobies Dan Hartman è grande musicista, molto creativo e con un colpo di rullante tutto suo), il cantato anticipa di una battuta nelle strofe, i cori del ritornello risuonano angolosamente e trasmettono con efficacia il disagio che la canzone si propone di raccontare.  

Fra questi due rock si apre, a contrasto estremo, la placida ballata in stile country rock contaminato dal soul “South City Midnight Lady”, ancora di Simmons: uno dei suoi classici, gettonatissimo da subito e da sempre nei concerti, romanticamente dedicato all’affetto ed alla vicinanza femminili, così centrali nella vita di ogni uomo.  

La tecnica di arpeggio da virtuoso del capellone Pat, vero dominatore della seconda parte dell’album, viene fuori nel brevissimo schizzo “Busted Down Around O’Connelly Corner” (quasi più lungo il titolo della canzone stessa…), nel quale si esibisce da solo, ad introduzione della successiva “Ukiah”, questa invece una celebrazione in up-tempo di Johnston alla cittadina californiana della sua infanzia.   Gran finale col corposo brano che dà il titolo all’opera, dominato prima dal tintinnio delle chitarre a 12 corde, poi dai soliti cori trionfanti ed infine, dopo un break, dall’ennesima dimostrazione dell’incredibile “tiro” ritmico di cui è capace la formazione: un finale parossistico con due batterie più percussioni varie che viaggiano a tutta birra, che neanche i Santana a Woodstock.  

Gruppo che bisognerebbe sforzarsi di approcciare al di là dei suoi due, tre, quattro celeberrimi ed inflazionati brani di fama mondiale, andando a scovare nei loro tanti album le cose meno commerciali e più strutturate, godendo della buona varietà fra acustico ed elettrico, fra cose veloci e ballabili ed altre invece posate e romantiche, apprezzando quanto si possa suonare bene la chitarra senza indulgere quasi mai in assoli e senza andare in cerca per forza di intensità, pesantezza, drammaticità, cervelloticità, ma restando allegri, spumeggianti, leggeri ma musicalmente consistenti, e tanto bravi.

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