Torche
Songs For Singles
Come fondamento primo sarebbe potuto essere decisamente interessante: la riduzione all’osso, in venti minuti appena, di un disco di per sé già molto minimale come “Meanderthal”, pura essenza stoner strizzata entro durate, - discreti - contenuti e forme decisamente rock oriented. Giusto usare il condizionale: l’impresa (?) non riesce. E siamo qui a celebrare, probabilmente, l’epitaffio di uno dei gruppi americani che più di ogni altro aveva attirato le attenzioni di chi vedeva, nel verbo dei Kyuss, un dono prezioso da tramandare e riaggiornare al presente, piuttosto che ripetere a pappagallo senza convinzione alcuna. In appena tre album i Torche, from Miami, si sono permessi il lusso di gettare zolfo sulle chitarre, tirare indietro la mano, abbellire la prestanza e l’estetismo delle loro canzoni (proprio come farebbe una rockstar…) ed infine, nel curioso formato di “Songs For Singles”, cercare di intraprendere l’erculea fatica di riuscire a suonare cattivi ma ripuliti, bad but good boys, amanti della distorsione melodica.
L’american way of life dello stare sempre e comunque on the road stampa le proprie suole su ognuno di questi otto brani, composti verosimilmente in minor tempo di quello che serve per suonarli. Troviamo, a “Songs For Singles”, un pregio difficilmente attaccabile: l’immediatezza. Qualcuno aggiungerebbe la passione: ci può stare. Ma già sulla quota effettiva della sincerità si possono aprire discussioni interessanti. Ad esempio: in “UFO” qualcuno potrebbe tirare fuori i Jawbox, altri il recente ciclo hard rock dei Melvins in versione particolarmente gentile. Anche le nostre orecchie, in effetti, sentono manciate delle suddette muse ispiratrici (alzi la mano chi s’è messo a ridere pensando a King Buzzo piè danzante sull’Elicona), inserite tuttavia in una cornice neo-AOR che interdice un po’, se paragonata agli sfregi metal dei primi passi. I paragoni sono fattibilissimi lungo – si fa per dire – tutto lo svolgersi del lavoro: “Arrowhead” gonfia i muscoli con riff possenti ed arrugginita arroganza quasi punk, i funambolismi dell’iper concentrata “Little Champion” riecheggiano nelle costruzioni della scattante “Hideaway”, uno sbadiglio grande come una casa si divora “Shine On My Old Ways”, spezzettata dal feedback (e non si arriva manco ai due minuti).
Per assurdo, i Torche sviluppano inconsapevolmente una valida via d’uscita dalla loro nuova ossessione melodica proprio con il pezzo smaccatamente più orecchiabile ed appetibile dell’insieme, “Out Again”: mid-tempo, rigorosamente in 4/4, vicino ai Foo Fighters del vecchio Dave Grohl che, nella ripetizione circolare ed incessante del giro conclusivo, ricopre la coda di un sottile strato rumoristico, sovrainciso ed effettato a più riprese. Evaporata del tutto la psichedelia oscura e densa che li aveva fatti distinguere così intensamente, anni fa, nel novero dei bravi mestieranti post-Duemila, ci si auspica possano riprendere il posto che spetta loro, un paio di gradini sotto i maestri: non sarà facile, finché il metro di paragone è fornito da bozzetti come “Cast Into Unknown”, fracassona e divertente quanto si vuole ma sostanzialmente innocua.
Ora come ora, “Songs For Singles” pare scavalcare la già consistente leggerezza del predecessore “Meanderthal” e candidarsi ad ideale colonna sonora per party adolescenziali. Non esattamente un complimento per gli autori di canzoni come “Mentor” o “Piranha”. Lo dice anche il primo verso di “Face The Wall”: “shame on you”. Ci identifichiamo volentieri come soggetto.
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