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R Recensione

9/10

Fifty Foot Hose

Cauldron

Nel 1966 l’aria di San Francisco vibrava di irresistibili ed impetuosi fermenti artistici e culturali. La volontà delle giovani generazioni di elevare a ben più creativi lidi una società americana ottusa, conformista, autoritaria, guerrafondaia e bigotta, spingeva una quantità consistente di artisti a sperimentare nuove forme di espressione libere, sregolate, anarchiche, radicali…Nell’underground californiano si assisteva ad un brulicare di menti illuminate, di entusiasmi esuberanti, di proposte azzardate, di nuove forme di reciproca convivenza: non solo un laboratorio artistico-culturale quindi, ma soprattutto una sperimentazione di interazioni sociali fondate sulla spontaneità, sull’amore, sulla libertà e la valorizzazione dell’individuo in quanto portatore di qualità utili non tanto alla sua realizzazione personale, quanto all’accrescimento del gruppo. La musica era la diretta espressione di questa rivoluzionaria ed utopica critica comunitaria della società esistente.

 In quel 1966, tra album innovativi oltre ogni limite, uscì, ago in un pagliaio, un singolo, un singolo decisamente particolare. Si tratta di Bad Trip, di Louis “Cork” Marcheschi, giovane bassista intellettuale influenzato tanto dal blues, quanto dal Varèse di Poème Electronique, stimolato dal potere avanguardistico della musica e della sua facoltà di creare nuovi mondi in cui traghettare l’ascoltatore. Si trattava di uno “scherzo” come modestamente rivelò più tardi Marcheschi, un pezzo in grado di annullare il tempo, grazie alla peculiarità di poter essere suonato ad ogni velocità.Oggi possiamo dire che mai uno scherzo fu tanto benefico ed influente: dadaismo anarchico e incontrollato, rumorismo caustico e appositamente decerebrato, provocazione anti-borghese e sperimentazione colta. Prima di questo c’è solo Frank Zappa.

 Presto Cork mise su una band, i Fifty Foot Hose, cooptando a sé i coniugi Nancy e Dave Blossom, rispettivamente alla voce e alla chitarra, Kim Kimsey alla batteria e Larry Evans, il più visionario e compromesso con le sostanze allucinogene del gruppo, alla seconda chitarra. L’anno dopo venne licenziato un album strepitoso, Cauldron, esplosiva mistura di psichedelia ed elettronica, di azzardate intuizioni capaci di convogliare le più recenti trovate della musica colta nel ribollente universo del pop di quelli anni. La potenzialità di Cauldron non sta solo nei suoi brani, ma anche, e soprattutto, in una serie di strumenti elettronici costruiti artigianalmente da Cork e soci, tra i quali una delle prime chitarre sintetizzate, uno “squeazy box” e numerosi altri generatori di effetti insoliti, ottenuti da una strumentazione comprendente anche un theremin e un fuzzbox.

 Il tutto ha inizio con le fusa elettroniche di And After, due minuti in crescendo di vibrazioni magnetiche che fungono da intro per il primo vero e proprio brano.If Not This Time è appena arrivata ed è già in grado di catturarci nelle sue spire sinuose, nella sua ragnatela collosa e densa. Su un tema tipicamente psichedelico, tra basso pulsante, chitarre pungenti e ritmo ipnotico si snodano tutte le soluzioni elettroniche di Marcheschi: sibili, pulsazioni, frequenze disturbate…Un evocativo calderone di geniali invenzioni futuriste.Opus 777, Opus 11 e For Paula sono brevi intermezzi in cui le ambizioni avanguardiste del gruppo anticipano tutto ciò che verrà sviluppato in maniera più consistente dagli anni Settanta in poi.

Seppur degni di nota, i pezzi che elevano l’album sono altri. A partire dal blues di The Things That Concern You, pezzo quasi classico se non venisse stravolto e denaturato dai bizzarri interventi elettronici; Red The Sign Post, scottante brano in cui la voce finora soave di Nancy si fa più aggressiva, e il gruppo sfodera un acid-blues infuocato e tenebroso, un rutilante e ruvido intreccio di schitarrate distorte e ventate cosmiche; Rose, dall’incedere lento e swingante, senza dimenticare mai l’apporto carnale del blues, il tutto cavalcato a perfezione dalla splendida voce della Blossom, ferma e matura, ora bisbigliata ora declamata, capace di passare con disinvoltura tra vari registri.Ma il vero capolavoro è la cavalcata di Fantasy. Prendete tutto ciò che avete sentito finora ed ecco qui il suono dei Fifty Foot Hose in tutta la sua grandezza: cupo, a tratti tribale, sempre in grado di stare ben distaccato dalle retroguardie con i suoi apporti elettronici alieni. Si toccano mille sfumature all’interno di questo pezzo, dall’acid blues più classico ad un dark-folk dai toni incredibilmente krauti, fino a giungere alla pièce d’avanguardia.Da rimanere senza fiato…Dopo l’eccellente God Bless The Child, cover di un pezzo di Billie Holiday, giungiamo all’ultima devastante traccia.Cauldron affronta con freddissima devozione il totale superamento del rock, che fin qui non era ancora del tutto scomparso. Si tratta di un esperimento sulla voce (filtrata ed effettata abbondantemente), sulla musica concreta (vedi i gemiti che per tutto l’incedere del brano fanno da sottofondo) e sulle sonorità elettroniche, timbriche e ritmiche, che trovano supremo sfogo nel finale rumorista del brano.

 Accostati a personaggi come Mort Garson, o a gruppi come i Silver Apples, i Fifty Foot Hose sono da considerare tra i più grandi pionieri dell’avvento dell’elettronica nella musica pop, e per questo anticipatori dei più influenti generi degli anni ’70 (uno su tutti il kraut-rock).La loro storia si conclude provvisoriamente nel 1969, quando tutti i componenti della band, eccetto Marcheschi, raggiungono il cast del musical “Hair”. Ritorneranno 30 anni dopo, nel 1997 con un album, Sing Like Scaffold, capace di stare perfettamente al passo con le moderne sperimentazioni.Che geni senza tempo, per dirla tutta, questi Fifty Foot Hose!

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Voto degli utenti: 8,1/10 in media su 6 voti.
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loson (ha votato 9 questo disco) alle 13:09 del 10 settembre 2008 ha scritto:

Bravo Matteo! Opera a dir poco superlativa, questo "Cauldron"...

cthulhu (ha votato 8 questo disco) alle 14:39 del 11 settembre 2008 ha scritto:

Elettronica americana '60

Bravo Matteo, ottima recensione anche se il miglior disco in ambito di sperimentazioni elettroniche del periodo '60 psichedelico in America è quello degli United States America.

Ivor the engine driver (ha votato 8 questo disco) alle 12:19 del 22 settembre 2008 ha scritto:

strano disco, preso anni fa usato, sentito, lasciato lì a decantare per un po, ripreso, rilasciato. Insomma un'equivalente di un oscillometro nei miei ascolti 60's. Però l'innovazione non va di pari passo con la qualità, almeno per me. Ossia bello, ma preferisco ad esempio i sottocitati USA (anche se meno elettronici). Stesso discorso per il Silver Apples, avanti un casino per i tempi, ma a stringere troppo freddi, sempre per il sottoscritto.

galassiagon (ha votato 8,5 questo disco) alle 9:39 del 20 luglio 2014 ha scritto:

grandioso disco

più di tutto secondo me è la voce di Nancy a colpire

modernissima

ThirdEye (ha votato 9 questo disco) alle 14:57 del 14 luglio ha scritto:

Grandioso. Uno dei pochi dischi di quel tempo che ancora oggi riesco ad ascoltare senza percepire odore di muffa...