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R Recensione

5/10

Indian Jewelry

Totaled

Riverberi, dilatazioni, suoni ovattati e stordenti hanno su di me un indubbio fascino. Gli Indian Jewelry infatti mi avevano stregato nel 2008 con il loro Free Gold, anarchico tripudio di suoni drogati e lancinanti, ribollenti e sfrenati. Senza freni, così è sempre apparso il collettivo texano, impegnato in composizioni d'efferato espressionismo, dove la componente acida e psichedelica si faceva violenta e lacerante, abbandonando le morbidezze riflessive poco consone al Texas, culla di alcuni tra i gruppi più eccessivi di sempre. Un costante destrutturare strutture precarie e incessantemente mutate: questa la psichedelia degli Indian Jewelry.

Con il nuovo Totaled il collettivo di Houston sembra però ricercare una maggiore compostezza, sviluppando maggiormente i momenti più posati degli scorsi lavori. Si crea così una nuova sintesi lisergica che cerca di compensare la rinuncia del caos con lo stordimento dell'ipnosi, con l'abbandono ad una struttura avvolgente e densa. Il synth trova il suo ruolo cardine nel creare basi collose capaci di invischiare tutto il resto in uno scorrere magmatico, fangoso, di dar vita a brani compatti e ad alta densità.

Oceans apre le “danze” con una drum-machine meccanica ed ossessiva, con voci ovattate e riverberate, con una linea di synth della consistenza della pece. Effetto stordente assicurato, una stilettata di psichedelia oscura e minacciosa, claustrofobica ed opprimente. Meno d'impatto la successiva Look Alive, costruita su una litania alienata maggiormente legata ai sapori dello scorso Free Gold. Lapis Lazuli riporta però l'attenzione su di sé grazie ad un'atmosfera opprimente quanto mai, dai tratti sabbatici, dal perfetto connubio tra synth minimale e chitarrismo acido. Una piccola gemma oscura, capace di definire un'estetica essenziale ma ammaliante, in bilico tra gli scenari art-apocalittici di Zola Jesus, le litanie tribali delle Pocahaunted e le asprezze wave dalle tinte vintage (si possono sentire alcuni rimandi allo sperimentalismo elettro-industriale dei Cabaret Voltaire).

E' però l'eccessiva omogeneità dei brani ad appiattire lo scorrimento dell'album in un aggregato che sorpassa troppo spesso il limite della ripetizione e della monotonia. Infatti dopo l'ultimo barlume di creatività regalatoci dalle atmosfere dilatate e crepuscolari di Excessive Moonlight entriamo in un susseguirsi inconcludente di elettronica minimale e liriche anestetizzate incapace di ricreare quei vortici oppiacei aperti dai primi brani, generando invece creature monocordi prive di un qualsiasi solido appiglio cui agganciare l'attenzione.

Insomma, ben presto è come se l'ispirazione mostrata in apertura subisse un brusco calo, come se la botta iniziale calasse di colpo lasciandoci in una catalessi rinvigorita qua e là, sporadicamente, da episodici cenni di vita (Tono Bungay con il suo incedere grave e marziale, l'elettronica industriale di Never Been Better...). Prevale la freddezza cibernetica rispetto all'anarchia drogata, lo srotolarsi ordinato dei bordoni di synth rispetto alle esplosioni incontrollate degli esordi.

 

Questa volta gli Indian Jewelry si sono datti una calmata - cosa concessa e comprensibile ovviamente - dopo l'eccesso di carica del precedente lavoro. Però adesso è lecito aspettarsi un grande risveglio per scongiurare il rischio di intorpidimento cronico, anche se sarà difficile toccare le vette raggiunte in passato.

V Voti

Voto degli utenti: 7/10 in media su 3 voti.
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gull 7/10

C Commenti

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fabfabfab (ha votato 5 questo disco) alle 14:00 del 24 giugno 2010 ha scritto:

Sono d'accordo con te, disco deludente. Gran copertina, però.

gull (ha votato 7 questo disco) alle 17:40 del 15 agosto 2010 ha scritto:

A me non è dispiaciuto affatto.