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R Recensione

8/10

Syd Barrett

The Madcap Laughs

Dopo essere stato allontanato dai Pink Floyd, non a cuor leggero, a causa delle sue ormai perenni amnesie dettate da depressione e assunzione di acidi, Syd Barrett viene letteralmente costretto  dalla EMI/Harvest nella creazione del suo primo lavoro discografico da solista. La sua mente non è più quella capace di creare a getto continuo gemme psichedeliche quali “Arnold Layne” o “See Emily Play”. Barrett è ormai un uomo in preda delle sue paure, delle sue angosce, amnesie e delle sue manie paranoiche. Il suo estro e la sua creatività sono diventati un’arma a doppio taglio. Il rifiuto delle luci della ribalta, come spesso è capitato a decine di talenti sconfinati, ha logorato la sua mente dolce, solare, pulita ma terribilmente debole e frangibile. L’allontanamento dal gruppo non ha certamente giovato alla sua fragilissima anima sempre in bilico tra il reale e l’irreale.

The Madcap Laughs” è un disco lugubre, frammentario, scomodo, doloroso ma allo stesso tempo fiabesco, autentico ed incomparabile.

A sprazzi esplode la creatività sublime e acuta che aveva rapito all’ascolto del primo disco dei Floyd: The Piper At The Gates Of Dawn. Quella straordinaria capacità di raccontare circostanze suggestive, di fondare melodie stralunate ma enormemente magnetiche certamente frutto delle follie cerebrali del talento di Cambridge, è talvolta spezzata dal lamento di chi sente di non essere più sé stesso, perso nel tentativo di recuperare quanto possibile dalla propria esistenza. Tutto questo traspare in “La Testa Matta Ride”, attributo che non è solo un titolo di un disco ma che sintetizza in tre parole il sunto di cos’è Roger Keith Barrett, in arte Syd. Le giornate di registrazione del disco riservano molteplici sfaccettature. Da quelle completamente avulse, dove Syd non fa altro che suonare con la sua chitarra la stessa nota per ore ed ore ad altre dove i produttori sono addirittura costretti a prenderlo e portarlo con la forza in studio per suonare e registrare fanno da contraltare sessioni di incredibile ispirazione e di entusiasmo sconfinato. Le produzioni che si sono succedute nel corso delle fasi di realizzazione del disco, da Peter Jenner a Malcolm Jones che con Roger Waters e David Gilmour riescono a portare a termine la composizione della scaletta finale di questo faticosissimo e sofferto esordio discografico da solista,  addirittura dopo più di un anno di instancabile lavoro: dal maggio del 1968 al luglio del 1969.

La EMI/Harvest aveva ben consolidato l’idea di dover lavorare con un artista problematico e difficile, ma non con l’uomo pesantemente tormentato, frammentato, spesso mentalmente assente che si sono trovati di fronte. I brani si presentavano tutti inizialmente costruiti sul cantato di Syd e sulla sua chitarra acustica, frutto di registrazioni faticose dove l’artista non lavorava mai con il gruppo ma da solo. È risultato praticamente inattuabile far partecipare musicisti aggiuntivi alle sessioni. Non erano garantite presenze e produttività costanti.

Con post-produzioni talvolta frettolose e superficiali (paradossalmente, soprattutto quelle di Gilmour e Waters) ecco nascere pezzi finiti più succosi anche dal punto di vista strumentale. Considerevole è stata la presenza, durante le sessions di perfezionamento sonoro, della band dei Soft Machine, (Ratledge, Hopper e Robert Wyatt su tutti), del talentuoso batterista Jerry Shirley (Humble Pie), del bassista Willie Wilson dei Joker’s Wild e dell’ex collega dei Floyd, Richard Wright alle tastiere. Il disco debutta con la acustica e scorrevole ma decisamente stravagante, Terrapin che ha intestato anche il nome alla fanzine ufficiale, al tempo distribuita ai fan.

"Artigli circondano il pagliaccio. È scuro sotto rocce ombrose, nascondigli".

Si segue con una delle gemme assolute del disco No Good Trying, autentico splendore psichedelico che dona segni di complessa armonia tra la melodia di Barrett e la straordinaria e articolata esecuzione musicale dei Soft Machine. Questo brano è il chiaro simbolo di come ottimizzare al meglio lo slancio raffinato di Syd e la sua chitarra acustica con l’aggiunta di sedute successive che arricchiscono le eccentriche idee dell’artista inglese.

"È inutile provare a mettere la mano dove non vedo, perché capisco che sei diversa da me".

In Love You ecco fare capolino lo scanzonato e affabile Syd degli esordi con i Floyd. Una disarmante dichiarazione d’amore sottoforma di ballata tintinnante ed impreziosita dal lieto suono di piano e organetto. "Ti ho vista proprio bene l’altra sera. Oh, ti piace, hai sorriso solo per un’ora". L’embrione new wave ante litteram permea la ruvida acidità di No Man’s Land con la chitarra distorta fondando il suono al caustico testo di Barrett che conclude il brano recitando più che cantando. "Sprofondiamo in basso, in orrende contorsioni. Per ascoltarmi. Non guardarmi piangere". Dark Globe è un’abbagliante ballata fiabesca e immaginaria quanto approssimativa e sporca, per voce strillata e chitarra acustica, più volte riproposta da vari artisti nel corso degli anni: R.E.M., Placebo, Soundgarden su tutti. "Oh dove sei adesso, gattina salice che sorride sotto le foglie?". Altra ballata, lievemente più allegra della precedente, è Here I Go. Un Syd istrionico, che canta quasi disimpegnato e su basse tonalità la cordiale avventura amorosa tra un ragazzo ed una ragazza innamoratisi fortuitamente.

"La sorella disse che la ragazza se n’era andata. Ma entra ragazzo e suonami una canzone".

Octopus è un pezzo leggendario sostenuto dal solito testo visionario e suggestivo e dalla melodia seducente e trascinante ancorché zoppicante e sospesa nell’inverosimile. Proprio un passo inserito in questo brano fornisce il titolo dell’album. La take scelta per la scaletta definitiva del disco non è forse quella che rende maggior merito alla bellezza del brano. La versione inserita nella raccolta postuma Opel, denominata nell’occasione con il titolo che il brano aveva inizialmente (Clowns and Jugglers) risulta decisamente più esaltante e complessa e con un Syd strepitoso alla voce. "Vele irridono ogni piatto che spacchiamo. Incrinato da sparsi aghi il piccolo gong dei minuti". Golden Hair è la dolcissima e meravigliosa riproposizione cantata di una poesia di James Joyce, vecchio pallino di Barrett, ora fortunatamente realizzato in questo ritratto folk acustico, quasi spettrale e spoglio, per sola voce e pochissima chitarra.

Con Long Gone è l’istrionica voce del talento di Cambridge che, bassissima insieme alla sua chitarra acustica, descrive il dolore della solitudine dell’uomo senza la donna amata. Il disallineamento del pezzo è sancito dal ritornello cantato con voce molto acuta e mescolato dall’adatto suono dell’organo. "Era andata via da tanto tempo. Se n’era andata e più venivamo grandi più grande era la sua mano, e nessuno la capiva". Proseguendo nell’ascolto del disco si giunge ai tre pezzi più controversi e discussi. Sia She Took a Long Cold Look che Feel e anche If It’s In You sono la dimostrazione tangibile ed inconfutabile del genio, della frammentarietà, della discontinuità  e del tormento di Barrett. Queste tre fantastiche canzoni sono state incise su disco senza nessuna supervisione e senza incisioni successive. Si sente Syd dare inizio al canto stonando clamorosamente per poi riattaccare, dimenticarsi la partitura ed il testo da lui scritti e sfogliare velocemente sul leggio alla ricerca del giusto riff. Le straordinarie melodie disponevano dei mezzi per essere arrangiate con maggior precisione e cura, come operato per parecchi brani che precedono in track list. In questo modo, l’ascolto di quest’opera, lascia certamente un certo senso di incompiuto e di approssimazione. Gilmour ha inizialmente sostenuto che l’idea di lasciare i tre brani così come apparsi su disco è stata fatta per immettere un elemento di autenticità e per cercare di chiarire ciò che stava realmente accadendo all’artista. In seguito, lo stesso David Gilmour, ha più volte confidato che avrebbe fatto certamente a meno di inserire alcune canzoni in questo disco.

The Madcap Laughs si conclude la dolorosa e tortuosa Late Night con un Syd annoiato che canta dimesso le proprie paure e tormenti notturni.

"Dentro mi sento solo e irreale. Steso immobile la notte guardo le stelle che splendono di luce".

Menzione speciale anche per la copertina ad opera dello studio Hipgnosis. Gli scatti effettuati dall’amico Mick Rock sono ripresi nell’appartamento che Syd condivideva con Duggie Fields in Earls Court. La donna nuda che si scorge sullo sfondo è Iggy The Eskimo, così soprannominata per i suoi lineamenti vagamente eschimesi. Il disco non vende moltissimo (al quarantesimo posto delle classifiche inglesi) ma quanto basta per convincere la EMI/Harvest di produrre un seguito. Anche le critiche appaiono decisamente promettenti.

Quest’esordio solista di Syd Barrett è un documento fondamentale della storia del pop-rock su come può essere doloroso e difficile convivere con il mondo dello spettacolo e dell’arte. Una sincerità afflitta, la sensazione che ciò che si ascolta sia davvero quel che Barrett ha in testa in quei giorni: nenie folli, giri di accordi improponibili, un cantato così indeterminato da essere praticamente irripetibile in condizioni ordinarie. Un uomo fragile, indeterminato, inaffidabile,  straziato ma unicamente geniale anche in queste sue meravigliose incertezze, capace di scrivere brani e dischi di valore inestimabile solo qualche anno prima e poi incarcerato nel suo progressivo disfacimento mentale, in preda alla solitudine, alla disperazione esistenziale e alle lunghissime assenze dal mondo degli altri che riesce talvolta a donare precari momenti di bagliore luminoso e di lucidità assoluta, come un diamante pazzo.

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Voto degli utenti: 8,4/10 in media su 9 voti.
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REBBY 8/10
ThirdEye 10/10
Lepo 10/10

C Commenti

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swansong (ha votato 8 questo disco) alle 10:41 del 14 novembre 2012 ha scritto:

Disco bellissimo, reso assolutamente imperdibile dalla presenza della macchina molle alla guida..

layne74 (ha votato 9 questo disco) alle 21:48 del 9 febbraio 2013 ha scritto:

bel disco, e la recensione

Lepo (ha votato 10 questo disco) alle 21:35 del 8 gennaio 2014 ha scritto:

Album immenso, il mio preferito del pifferaio, lo trovo anche più brillante di Piper dal punto di vista del songwriting e di sicuro lo preferisco al tanto esaltato "Barrett", che patisce intanto un'ispirazione decisamente calante (frutto, questa volta per davvero e in maniera sempre più definitiva, del disagio psichico dell'autore, e del suo forte consumo di Mandrax, durante le tormentate session per quel disco) nel complesso, salvo essere illuminato in maniera splendente da quattro, cinque gemme, tra le sue massime perle e, in secondo luogo, una produzione sin troppo floydiana da parte di Gilmour (va detto che, però, senza di lui manco avrebbe visto la luce, quel disco). Ad ogni modo, "Madcap" è davvero allucinante e non so dire quanto a Syd mancasse lucidità nell'atto del comporre; intendiamoci, non sto insinuando che non avesse davvero delle serie turbe psichiche, ma credo che questa frammentarietà compositiva, l'aleatorietà intrinseca a questi 13 bozzetti non sia dovuta in maniera preponderante al suo stato mentale, quanto ad un preciso disegno, che in parte stava già attuando con i Pink Floyd, cioè di estremizzare la musica pop nella sua accezione di performance, il più possibile unica ed irripetibile, espressione della circostanza in cui viene eseguita, anticipando in questo senso una buona parte della filosofia punk e new wave. Ah, e, dulcis in fundo, il pazzo preconizza anche il contautorato lo-fi, in un'epoca in cui, non va dimenticato, la linea predominante era: suite di 20 minuti e orchestra! Non male, per essere un drogato che non ne pigliava mezza.