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R Recensione

7/10

The Dream Syndicate

How Did I Find Myself Here?

Il titolo potrebbe fare pensare ad uno smarrimento rassegnato da parte di chi, come Steve Wynn, lambite nei primi anni ’80 le vette del successo senza troppi compromessi sulla qualità artistica con una band nata in cantina e scritturata da una major al secondo LP, ha proseguito la propria carriera in solitaria, rispettando i canoni di un vitale artigianato rock, con qualche vetta (“Here Come The Miracles”) e molto girovagare fra States ed Europa. Ed oggi, ad oltre trent’anni da quegli esordi fulminanti si ritrova a suonare con tre quarti della vecchia band, chiedendosi: “Come sono finito qui?”. Una riunione decisa quando ormai nel rock tutto sembra essere già successo, e non risulta proprio immaginabile una nuova esplosione come quella prodotta da “The Days Of Wine And Roses” che inserì i Dream Syndicate al vertice del movimento Paisley Underground, con l’ardua missione di coniugare tradizione e futuro del rock indipendente. 

Invece, contro tutte le premesse citate, questa rimpatriata con i vecchi compagni Dennis Duck e Mark Walton, l’inserimento di un fido collaboratore del Wynn solista come il chitarrista Jason Victor, ed un cameo di Kendra Smith, bassista della originaria formazione, non sembra di quelle organizzate per esigenze di bilancio o nostalgie di gioventù. C’è il songwriting semplice e diretto, cresciuto sulle radici roots e lanciato in voli psichedelici di Steve Wynn, una rocciosa sezione ritmica arricchita dai contributi all’organo dell’ex Green On Red (un'altra importante ala del movimento californiano) Chris Cacavas, c’è un pizzico di quello spirito da jam che all’epoca faceva evocare improbabili propensioni verso il jazz. E, ad aggiungere valore in attualità, una colata di noise e feedback chitarristico che impregna gran parte del repertorio. Così, se il singolo “Filter Me Through You” è una ballata a presa immediata, le seguenti “Glide” e “Out Of My Head” esibiscono abiti di metallo per un refrain da southern rock o per una cadenza ostinatamente motorik. Non pesano meno “80 West”, con il  suo nodoso basso iniziale e le parossistiche scale delle chitarre  lanciate verso un urlo punk, e “The Circle”, assalto compatto ed inesorabile con l’organo a rafforzare l’onda sonora e le chitarre incrociate negli assoli. Si tira il fiato solo nei cinque minuti scarsi di “Like Mary”, una ballata acustica memore dei Velvet Underground, addobbata da un solare ritornello, e nella finale “Kendra’s Dream”, uno sfondo uniforme di chitarre su cui si staglia la voce sognante della bassista.

Resta da dire della title track: batteria che introduce un ritmo da jam session con gli strumenti in libertà, ed una parte vocale che riporta tutto all’ordine prima di un nuovo turbine psichedelico ad avvolgere chitarre e tastiere. Impossibile non pensare alla mitica “John Coltrane Stereo Blues” che incendiava i “Medicine shows” tanti anni fa. Bentornato a casa Steve.

V Voti

Voto degli utenti: 7/10 in media su 1 voto.
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zagor 7/10

C Commenti

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zagor (ha votato 7 questo disco) alle 13:42 del 10 ottobre ha scritto:

In realtà Steve non se ne e' mai andato, vista la sua copiosa produzione solista. Ci sta che a questo punto si giochi la carta della reunion di un nome storico e il risultato e' un disco dignitoso, sanguigno e toccante come da prassi. "Filter me through you" e "out of my head"; con quegli inconfondibili intrecchi chitarristici, sono le migliori.