R Recensione

8/10

Zvuki Mu

Transnadejnost

Pochi tra voi sapranno che Brian Eno, con la sua etichetta Opal Records, pubblicò nel 1989 il disco di un gruppo a nome Zvuky Mu (“suoni mu”, in lingua russa). L’LP omonimo, in bilico tra una no-wave sorniona e una psichedelia indolente, interessò momentaneamente alcuni ascoltatori occidentali ma poi tutto finì senza scalpore.

Un vero peccato, perchè anche la discografia successiva non delude le aspettative. Il secondo lavoro dal titolo Transnadejnost accentua, se possibile, i toni surreali di questa incredibile formazione rock sovietica.

Il frontman, cantante e compositore (ma anche attore teatrale e cinematografico), si chiama Pyotr Mamonov. Venerato dall’intelligenza alternativa di tutta la Russia, Mamonov formò il gruppo a Mosca nei primi anni ’80 ma i risultati musicali si fanno notare solo dopo l’esperienza londinese.

Il disco mette in fila nove tracce che riescono a conciliare la scrittura atonale di Captain Beefheart, il lounge ancestrale di Sun Ra, le sperimentazioni psichedeliche dei Pere Ubu e l’elettronica ambientale di Eno. Il risultato è soffice e spericolato, allo stesso tempo.

Niente di simile si era mai ascoltato in Russia ma questo “pop” intriso di lucida follia dovrebbe sorprendere anche l’occidente. A tratti ludica e spensierata, altrove languida e sonnambulica, raramente nevrotica ed eccitata, la musica di Zvuki Mu sembra provenire da uno stato di demenza collettiva.

La formazione comprende Lyova Pavlov alla batteria, Sasha Lipnitsky al basso, Lyosha Bortnichuk alla chitarra e Pavel Hotin alle tastiere (retro-futuriste, e che a volte riportano alla mente le geniali perturbazioni di Allen Ravenstine).

Su tutti gli strumenti il parlato insolente, liturgico, assurdo di Mamonov. Un outsider che continua a lavorare per il cinema (potete vederlo all’opera in Taxi Blues, L’isola e Zar), per il teatro e per la musica ma che da molti anni vive da eremita in un villaggio a 55 chilometri da Mosca.

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