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R Recensione

6/10

Howlin Rain

The Russian Wilds

Il sudore prodotto da quel sole che picchiava forte sulla West Coast ma anche nel Sud degli Stati Uniti non ha  smesso di colare copioso sulla fronte del cantante e chitarrista Ethan Miller. Il leader della band californiana (già frontman dei Comets on Fire) trova qui il clima ideale per fondare una sorta di paradosso temporale nel quale rivive quel rock assolato e innervato di blues e psichedelia che aveva un cuore che pulsava all'impazzata, convogliando sangue in quelle mani che imbracciavano chitarre indomite e picchiavano con fantasia pelli consumate. Sono nervose cavalcate dal suono valvolare a dare vita a "The Russian Wilds", rendendo il terzo album degli Howlin' Rain un precipizio frastagliato di passione, ritratto sullo sfondo di una istantanea risalente ad almeno una quarantina di anni fa ma ancora vivida nei colori e nell'aggressiva posa dei protagonisti in primo piano. Gli spiriti di Hendrix, Creedence Clearwater Revival, The Grateful Dead, Crosby, Stills & Nash, Santana, The Allman Brothers Band, Lynyrd Skynyrd si danno convegno su un qualche altopiano desertico che guarda verso l'oceano: ne scaturisce una scorribanda fantasmagorica perfettamente interpretata da una profonda e liricissima voce (quella del barbuto condottiero Miller), stretta da un caldo abbraccio d'organo, cinta d'assedio da chitarre ora blues, ora acidissime, percossa da una sezione ritmica che mostra un fisicaccio bestiale. Non si esce dal solco dell'alba dei Seventies, sia ben inteso: se ne guarda bene il "produttore esecutivo" Rick Rubin, che ha fortemente preteso dalla band di scavare all'indietro in quell’antica terra ricca di humus in cui anche molti altri hanno tentato di destreggiarsi, con esiti alterni, come “coloni” (fra questi citiamo almeno The Black Crows e Motorpsycho).

Self Made Man, Cherokee Werewolf, Phantom in The Valley (superlativo manifesto degli Howlin Rain, con un lancinante assolo di tromba creola nel finale), Strange Thunder, Collage (pura magia CS&N), Walking Through Stone (e la sua coda jazzy Still Walking, Still Stone), sono i lunghissimi momenti chiave di questa spiraleggiante regressione nei decenni e negli annali di Storia della Musica.

I sodali di Miller, Raj Ojha (batteria percussioni), Cyrus Comiskey (basso), Joel Robinow (tastiere, chitarre,voci) e Isaiah Mitchell (chitarre, voci), sembrano tutti emotivamente coinvolti in questa rievocazione scenica e danno il meglio delle proprie doti strumentali in questo maestoso excursus, che suona così selvaggio e ricco di phatos, come se punk, post-punk, new-wave non fossero mai esistiti. Dando la concreta certezza che gli Howlin’ Rain siano una formazione con radici ben piantate nella tradizione “jam”.

Come per molte altre realtà musicali che della “riproposizione teatrale” di gloriosi scenari sonori hanno fatto la propria bandiera e la cifra stilistica della propria arte, sorgono le stesse identiche remore e gli stessi identici interrogativi: perché perdere tempo e denaro con dischi come “The Russian Wilds” e non preferire uno qualsiasi dei capolavori storici, a cui un album siffatto si richiama senza vergogna alcuna? Ora, al di là del fatto che la questione non si pone in termini meramente opzionali, non è ovviamente un ragionamento logico che può fornire la risposta. Questa semmai risiede nell’ascolto e nelle sensazioni che da esso possono scaturire. E il nuovo album degli Howlin’ Rain ha il cuore talmente gonfio e saturo di sentimenti e impulsi che non consente di svalutarlo in virtù del suo “effetto macchina del tempo”. Abbandonarsi a questi istinti consente davvero di raggiungere uno stato di godimento sensoriale tale da far passare del tutto in secondo piano, almeno a caldo mentre roventi scorrono le note, altre congetture e altri ragionamenti.

Non so quanto potrà durare il loro “serioso” gioco lisergico, ma ci fosse modo di vederli dal vivo, penso che davvero Miller & soci saprebbero contagiare con le loro essudazioni strumentali e lasciare autenticamente di stucco. Senza barbatrucco.

V Voti

Voto degli utenti: 5/10 in media su 1 voto.
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Ivor the engine driver (ha votato 5 questo disco) alle 12:20 del 23 marzo 2012 ha scritto:

peccato

peccato perchè il primo disco degli Howlin aveva un equilibrio perfetto fra rimandi vintage rock sudista/country e devianze soniche ancora debitrici (deogratias) dei fantastici Comets On Fire. Poi già dal secondo e con quest'ultimo, sono diventati classiconi senza molto da dire. Per carità, alcune cose si salvano, ma lo trovo spesso bolso e magniloquente, e pure un po' sbrodolone nelle parti strumentali. Devo però ammettere che quando Ethan canta, mi esalto sempre. Una delle voci + intense dell'heav rock degli anni '00