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7/10

Lee Bains III & the Glory Fires

Dereconstructed

Differenziare il portafoglio. Questa sembra essere, da diverso tempo a questa parte, la strategia di una Sub Pop il cui roster passa con disinvoltura dal meglio dell'hip hop alternativo (Shabazz Palaces, Clipping), al weird pop di ogni caratura (da Chad VanGaalen a King Tuff), passando per l'indie più vario (Notwist, Avi Buffalo, Dum Dum Girls). I Lee Bains III & the Glory Fires, visti all'interno di questa strategia commerciale, vanno a coprire con grande intelligenza un ambito garage-sudista finora lasciato scoperto.

Lee Bains -sorta di novello Ryan Adams- e la sua band (Adam Williamson, Eric Wallace e Blake Williamson) registrano questo Dereconstructed a Nashville (al Battle Tapes di Jeremy Ferguson, che qui si occupa del missaggio), affidandosi per la produzione al veterano Tim Kerr, che aveva curato anche il precedente There Is a Bomb in Gilead. Il suono che ne esce è sicuramente più abrasivo di quello dell'esordio datato 2012: se anche allora convivevano elementi tradizionali (il southern rock, il blues) e un piglio garage-punk, questa volta la stessa formula è potenziata da un approccio sonico ben più efferato, con le chitarre fuzzose che sfrigolano in distorsioni massicce, mentre la sessione ritmica martella a più non posso.

Scariche di rock'n'roll feroce incanalato in riff al fulmicotone: brani come “The Company Man” (inno progressista in salsa “Occupy Movement”), “Dereconstructed” (cruda dichiarazione d'intenti: “We gave them songs about taking your own damn stand / In spite of those who’d define and control you”), o “The Weeds Downtown” (con il suo intrico di riff e lick da manuale), forniscono una sorta di patto senza tempo tra MC5, Lynyrd Skynyrd, propulsioni punk e riletture contemporanee che vanno dal gospel pompato dei Dirtbombs alla “riffologia” dei Black Keys. Il riff in overdrive di “Burnpiles, Swimming Holes” è un esempio di quanto contaminato sia diventato il suono di Lee Bains: dal metal all'hard rock, i suoi Glory Fires danno vita ad una marcetta roboante e caustica, che si fa largo tra versi come “Get off the fucking Internet / and cut off the cable / The mind is static / but the body’s still able”. Si continua col groove dissonante di “We Dare Defend Our Rights”, con le chitarre che stridono al limite della saturazione mentre si procede ad una decostruzione dello “State motto” dell'Alabama, o col feroce country-punk di “Flags!”, o ancora con il blues elettrico di “Mississipi Bottomland”, che rappresenta uno dei brani più educati e pacifici del lotto.

Lee Bains III trova un abito adatto per le sue invettive, portando agli estremi lidi un Southern rock che viene dilaniato da chitarre abrasive e da una retorica decisamente poco patriottica (“We were raised on ancient truths / And ugly old lies / But I learned how to say a firm “No sir,” / Looking in them old yellow eyes”, canta in “Dereconstructed”). Il risultato è un lavoro che, nonostante un'impostazione fondamentalmente classica (nessuna innovazione che possa definirsi strutturale), riesce a risultare quanto meno denaturato grazie ad una procedura di “innesti” plurimi di disturbo (rumore, distorsioni, alti volumi) che corrodono i linguaggi canonici di un genere, peraltro, contaminatissimo (e anche qui si sbatte in faccia un melting pot brutale e conflittuale, lontano da ogni idealizzazione armoniosa). Una buonissima rilettura stilistica capace di lasciare il segno. Da ascoltare.

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