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R Recensione

5/10

White Hills

So You Are... So You'll Be

Non si sa bene perché, ma i White Hills sono stati assurti a band simbolo del revival stoner/space rock degli ultimi anni. La campagna di marketing di questo So You Are... So You'll Be ha raggiunto livelli di viralità insoliti, vista la natura “esoterica” della proposta, non esattamente in linea con il gusto dominante del pubblico (fatta eccezione per certe varianti maggiormente legate al Sixties revival e al garage -un nome: Tame Impala). Fatto sta che la copertina verde del nuovo lavoro di Dave Weinberg la si trovava, almeno sul web, un po' dappertutto. Un genere, quello dei White Hills, che annovera un lungo manipolo di avventurieri, tutti legati alle stesse coordinate di base. Nella seconda metà del decennio appena trascorso band come Wooden Shjips (il loro esordio omonimo del 2007, tra le cose migliori del genere), Causa Sui (chi non ha ascoltato Summer Sessions Vol.1 rimedi al più presto), Pontiak (Maker, 2009, imprescindibile), Moon Duo (il buon EP Escape, 2010, da ascoltare con i lavori targati Sacred Bones), Naam (e molti altri ancora), affollavano un underground apolide fatto di chitarroni spaziali e nebbie cosmiche, portando avanti un lavoro traghettato negli anni precedenti da gente come Earthless, Comets on Fire, Colour Haze e Acid Mothers Temple.

Heavy psych, space rock e stoner, si diceva. Psichedelia muscolare e granitica, d'impatto fisico più che di elevazione spirituale. All'interno di questo alveo si collocano a pieno titolo (almeno per prolificità) i White Hills. Attivi da quasi dieci anni, con alle spalle un lungo corredo sonoro (foriero di qualche perla, si prenda ad esempio un Heads on Fire, 2007), oggi per la band statunitense sarebbe ora di fare il salto di qualità, sfornando il disco definitivo. Disco definitivo di una carrriera e di un genere: se vi ergete ad alfieri della scena fate il vostro dovere, fighetti!

Peccato che il quindicesimo lavoro in studio non sia all'altezza del compito. Chitarre infuocate lanciate in riff circolari dalla consistenza granitica, per atmosfere roventi sature di riverberi e distorsioni: così In Your Room, psicotico viaggio che si rarefà nella nebulosa di metà brano, capace di dilatare per bene le atmosfere prima della prova di muscolarità del finale. Rarefazione: una componente particolarmente importante in un disco che dedica alle svisate ambient-kraute uno spazio consistente, tra brani dominati da synth e suoni electro (The Internal Monologue, i tre intermezzi Inwords, Outwords e Circulating) e fondali sonori saturi di pulsazioni spacey (Mist (Winter)). La spina dorsale dell'album è però costituita dai tre monoliti di So You Are... So You'll Be, Forever In Space (Enlightened) e Rare Upon the Earth, lunghe jam space-rock in salsa Hawkwind, tra tempeste laser, schitarrate imponenti, lente dilatazioni kosmische e cavalcate hard furibonde.

In una parola: roba già sentita, roba per monomaniaci. Di queste sonorità se ne trovano a bizzeffe sia nei lavori della stessa band che nell'immenso calderone del genere. I White Hills riforniscono gli appassionati del solito mix al testoterone, senza portare avanti una proposta che appare invece ferma, avviluppata su se stessa. E va bene, ci si esalterà all'Austin Psych Fest o al Duna Jam (giuro che se riesco ci vado). Ma qui nelle cuffie, calma (quasi) piatta.

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Voto degli utenti: 5,5/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

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Ivor the engine driver (ha votato 5,5 questo disco) alle 12:32 del 18 settembre 2013 ha scritto:

Guarda, mi trovi totalmente d'accordo, dopo il secondo disco non hanno più un senso e stanno girando in tondo da tre dischi. Poi secondo me, il giudizio su tutto l'heavy psych di adesso, è quanti gruppi uno ha già sentito (ispiratori e continuatori, ossia vecchi e giovani) e in quanto tempo. Io sono oramai 15 anni che mi abbuffo di sta roba e sto incominciando ad avere un po' di gastrite, e sono anni che non esce niente di interessante (non dico bello) nella scena. E a stringere, pochi gruppi (anche tra quelli citati) han fatto due dischi belli di seguito.