R Recensione

8/10

Atomic Rooster

Death Walks Behind You

Anche la storia del rock, come quella di ogni altra attività ed arte umana, deve comprendere alcune carriere e vite danneggiate, o peggio interrotte, dal brutto tarlo della depressione. E se i problemi psichici e la relativa drastica soluzione ad essi da parte della rockstar Kurt Cobain rimangono l’episodio mediaticamente più vivido, altri musicisti meno famosi l’avevano già tristemente preceduto sullo stesso percorso.

Uno di essi, a nome Vincent Crane, era un dotato tastierista e compositore inglese, attivo già negli anni sessanta nel gruppo di Arthur Brown, un tizio assai spettacolare e trasgressivo che però aveva bisogno di lui per strutturarsi e sostenersi con un repertorio efficace. Le sindromi maniaco depressive del brillante musicista però si manifestavano già a quel tempo e finirono per mandare all’aria il progetto malgrado l’istantaneo e notevole successo col singolo “Fire”, a firma del tastierista.

Dopo diversi mesi di ricovero ospedaliero Crane riemerse nel 1970 con la prima formazione degli Atomic Rooster, gruppo da quel momento in poi associato al suo nome e che non riuscirà mai ad incidere due dischi consecutivi nella stessa formazione, proprio a causa della precaria stabilità mentale e totale inaffidabilità del leader. Tristemente esplicativa al proposito una dichiarazione del chitarrista John Cann, presente in questo disco e fra i tanti ad avergliela presto data su e mollato il gruppo, il quale a proposito delle sue performance dal vivo con i Rooster spiegò in un intervista di avere avuto non poche difficoltà a cantare, suonare il suo strumento ed ogni tanto correre verso la postazione del tastierista, per ricordargli a quale brano e a che punto di esso erano arrivati… Pare che, con il consumo di LSD e conseguente totale stonatura, Vincent fosse ai livelli dell’assai più mitico Syd Barrett.

La discografia del Galletto Atomico è quindi una specie di slalom fra i periodi di buona salute, umore e lucidità del suo leader, fecondi di registrazioni, pubblicazioni e concerti, e le lunghe fasi di ferma e di ennesima rifondazione del gruppo intorno alla sua figura. A detta di pressoché tutti gli estimatori, il top di carriera è senz’altro qui, nei solchi di questo secondo album datato 1971.

Additato da alcuni come precursore di certa musica dark, in realtà di cose oscure nell’opera se ne incontrano solamente tre: l’inquietante copertina, con un dipinto del grande e visionario poeta, incisore e pittore del ‘700 William Blake, messo su sfondo nero, nonché il titolo dell’album e infine l’omonima sua traccia di esordio, in effetti una faccenda molto alla Black Sabbath (con l’aggiunta di tastiere, ovviamente).

Descriviamo “Death Walks Behind You”: arpeggio autenticamente spettrale del pianoforte di Crane che percorre drammaticamente tutta la tastiera, fino a trovare un riff nell’ottava più bassa. Il chitarrista vi balza sopra e prende il comando delle operazioni per non mollarlo più: Cann possiede anche una discreta voce, non molto bella e curata ma quantomeno decisa e tesa. Il brano procede cupo e catacombale, con suoni incredibilmente simili a quelli dei contemporanei Van Der Graaf Generator, ma ripeto siamo in un episodio a se stante.

Il resto della scaletta vede piuttosto il terzetto (completato dall’ottimo batterista Paul Hammond, alle linee di basso ci pensa infatti la mano sinistra di Crane sulla tastiera inferiore dell’organo) alle prese con un hard/progressive rock certamente non solare, ma neanche troppo funereo. Quando opera all’Hammond, Vincent ricorda molto Graham Bond il suo idolo ed anche Brian Auger, mentre al pianoforte il suo stile è molto peculiare, asciutto e “pastorale”, malinconico, con una forte predilezione verso le note gravi.

Cann è invece chitarrista estremamente irruento, impreciso ma vitale, limitato ma efficiente, “sporco” ma generoso. I duelli fra la sua chitarra furiosa e il più algido ed economico stile delle tastiere riempiono le fasi strumentali delle otto canzoni che costituiscono l’album. La mia preferita fra esse è l’unica ballata, dal titolo “Nobody Else”, sulla quale il tocco melodico/ritmico di Crane al piano è sublime e massimamente evocativo.

L’uomo si suicidò nel 1989, a casa sua. Niente fucile per lui, solo un paio di confezioni dei suoi antidepressivi, banalmente e drammaticamente ingoiate in un colpo solo per darci un taglio con gli irrisolti abissi di infelicità cronica. Ognuno è padrone della propria vita, ma non della propria musica, la sua infatti resta con noi e in definitiva nella storia (minore) del rock. Quella degli Atomic Rooster di Vincent Rodney Cheesman, in arte Crane, è l’ennesima pagina settantiana che vale la pena di sfogliare.

V Voti

Voto degli utenti: 8,6/10 in media su 9 voti.
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C Commenti

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swansong (ha votato 8 questo disco) alle 11:39 del 3 ottobre 2008 ha scritto:

Sì Pier Paolo, pagina che vale la pena di sfogliare

ed amare e rivalutare come saggiamente hai fatto tu, sempre degnissimo nel ripescaggio di alcuni splendidi lavori dei mitici 70!

Questo è un ottimo lavoro, oscuro e malato, per una band che, forse, ha sofferto la presenza mastodontica ed il confronto stilistico con altri gruppi molto più rilevanti sulla scena di quegli anni. Comunque assolutamente da avere! A maggior ragione adesso che si trovano edizioni rieditate e rimasterizzate a metà prezzo. Bellissima effettivamente "Nobody Else", ma segnalerei (title-track a parte, chè ha fatto la storia...) con altrettanto interesse "Sleeping For Years": l'attacco di chitarra, così "pageiano", mi fà impazzire! Rating 8,5

Utente non più registrato alle 14:18 del 3 febbraio 2014 ha scritto:

Che peccato...un album del genere ed un solo commento...vabbè...

1970 Atomic Roooster

1970 Death Walks Behind You

1971In Hearing of Atomic Rooster

1972 Made in England

e il dvd The ultimate anthology tutti da avere.

P.S. Anche in questo caso i BS non c'entrano nulla...

ProgHardHeavy (ha votato 9,5 questo disco) alle 11:42 del 8 settembre 2014 ha scritto:

Un misto tra hard e prog incredibile e originalissimo

galassiagon (ha votato 8 questo disco) alle 22:43 del 8 settembre 2014 ha scritto:

comunque ricordiamo "Fire" dei Crazy World come uno dei brani più memorabili degli anni 60!