Smashing Pumpkins
Zeitgeist
Zeitgeist. Un nome altisonante derivato dalla filosofia hegeliana, una grossolana rappresentazione delle contraddizioni sociali, le crisi dell’artista di fronte all’atroce stanchezza dell’occidente: lo “spirito del tempo” concentrato in 52 minuti di puro hard-rock quasi equamente divisi in 12 assalti sonori.
Si parte con il macigno “Doomsday clock” e le acide sferzate di “7 shades of black”, si svolta con i cori destabilizzanti di “Bleeding the orchid”, si riprende la strada iniziale con l’ultrasonica semplicità di “Tarantula” e le scosse improvvise di “Starz”, si tentano altre direzioni nel distacco esistenziale di “Neverlost” e lasciando chiudere con l’agrodolce elettronica di “Pomp and circumstances”; non mancano scivoloni verso l’evitabile (“That’s the way”), la ripetitività (“Bring the light”, “Come on let’s go”, rimasugli Zwan) e il cattivo gusto (“For God and country”).
La lettura del disco ruota intorno alla chiave “United States”: terremoto possente, fuoco inestinguibile, invocazione alla rivoluzione, cavalcata cinica ed epica in continua evoluzione. Il musicista di Chicago può ancora dare tanto al rock ma solo quando si fomenta dà la polvere a tutti i gruppetti “alternativi” odierni; preferisce farlo con voce sprezzante e il nome più congeniale: Smashing Pumpkins.
Spazzata via ogni briciola del passato (alcuni ex-membri, la pomposità barocca, il gusto dark), il gruppo di Chicago riparte da due (“Jimmy Chamberlin: drums/ Billy Corgan: all the rest”) e con l’aiuto di Terry Date (Pantera, Deftones) e Roy Thomas Baker (Queen, Bowie, Cars) confeziona un album dall’energia e dalla potenza genuina, se tralasciamo alcuni arrangiamenti al cellophane e qualche coretto eccessivo.
La strada verso la piena maturità forse è ancora lunga, ma il leader sta dimostrando una scrittura robusta e semplice che si concretizza in gemme di insperata efficacia chitarristica e lirica e che scorre liscia finché non si tentano azzardate contaminazioni. Menzione speciale va al leggendario batterista che con la tipica raffinatezza timbrica costruisce i poderosi binari su cui l’elettrica esplode in riff minacciosi e solidi.
Senza parlare di meglio e peggio e c’era una volta (concetti relativi ed infantili se riferiti ad un rocker quarantenne e ad un pubblico più sui trenta che sui venti), considerando che tutto è cambiato rispetto all’estetica e alle vibrazioni della precedente incarnazione, non possiamo che porgere l’altra guancia (e chiudere qualche occhio) allo spiazzante pugno sonoro di Billy “all the rest” Corgan e del compagno Jimmy.
“Tired eyes closed for days
there's no regret 'cause there's no place
i don’t know what i believe
but if i feel safe what do i need?
Revolution! revolution blues
what will they do
revolution! revolution blues
what will they do to me?
Dulcet tongues whisper fast
the future yearns right now’s the past
rouse me soon the end draws nigh
who's side are you on
your blood you cannot buy
(…)
we’re alive i feel alright
so tonight i got to ask you why?
why tonight? It's no surprise
i've got to survive
freedom shines the light ahead
i'll lead the last charge from bed
they said my last rites
i don’t have to run scared no more
fight, i wanna fight
i wanna fight a revolution
tonight i wanna fight
i wanna fight a revolution
tonight
acolyte acolyte
do you wanna watch me die?
let me do something good
let me prove something real like I should
let me embrace every single living thing
let me be every single moment I ever misunderstood ”
(da “ United States ”)
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